Amnesia o ignoranza?

 In LIFE, SCUOLA

Ciascuno di noi oggigiorno legge un flusso di informazioni spaventoso: soltanto fino a una decina di anni fa pensare di leggere il quantitativo di notizie che quotidianamente riceviamo sarebbe stato impensabile: dai portali ai social network, dai tweet ai giornali di carta, dalla radio alla TV, l’informazione è ormai una parte integrante della nostra vita.

Ebbene – salvo rare eccezioni – non sarà sfuggito che assistiamo quotidianamente allo stupro della lingua italiana come non si è mai visto!

Alcuni amici mi diranno che sono soltanto un rompiballe e povera bimba mia quando comincerà a fare i compiti a casa! Anche questo è vero, ammetto!

Osservo però che troppi articoli, persino sulle edizioni cartacee dei quotidiani, contengono gravissimi errori e non soltanto sintattici (povero congiuntivo!) ma – ed è più grave – ortografici.

La cosa che però mi turba è che spesso alcuni dei più comuni errori li troviamo nei nostri post sui social network, quasi come se di getto – nell’immediatezza della odierna comunicazione sociale – ci dimenticassimo regole che invece avremmo dovuto imparare da bambini e che dovremmo applicare senza nemmeno pensarci.

Così tra i più comuni “orrori” troviamo la terza persona di alcuni verbi costantemente violentata:  “fa” e “sta” scritte con l’accento, come se fosse ““. A volte persino “” per indicare l’imperativo fa’.

Eppure la famosa filastrocca del “qui” e del “qua” è una di quelle cantilene che alle elementari abbiamo imparato a iosa.

Diamo spesso la colpa ai correttori ortografici senza renderci conto che questi ultimi sono degli imbecilli, se non opportunamente addestrati ed è ovvio che una lingua complessa come la nostra, prezzo da pagare per la meraviglia che suscita nel suono (non un caso che il melodramma si sia sviluppato proprio da noi. A tal proposito vi invito a rivedere la clip video del maestro Muti da Fazio qualche settimana fa), non è che sia così semplice da dare in pasto ai calcolatori.

Spesso nelle e-mail che riceviamo per lavoro, persino in comunicazioni ufficiali, la congiunzione “” non viene accentata: come è possibile che persino laureati, che quindi qualche libro in più rispetto a chi ha superato soltanto la scuola dell’obbligo avranno pur letto, hanno finito per immagazzinare il dato in questo modo errato?

Se togliamo l’editoriale domenicale di Scalfari, che evidentemente avrà qualche linguista all’altro capo del telefono quando il sabato sera lo detta per evitare che il Fondatore di Repubblica veda associata la sua firma a qualche grossolano errore, persino negli articoli sui giornali cartacei – che quindi possono essere maggiormente “meditati” dalle redazioni prima di essere mandati in stampa – gli strafalcioni sono molto frequenti.

Così capita di imbattersi in un “qual’è” anziché “qual è“, “pò” anziché po’, per non parlare del quantitativo assai diffuso in rete di accenti completamente a casaccio sulle congiunzioni perché, affinché, poiché, sicché.

Ho la sensazione che nel tentativo di modernizzare la scuola elementare si siano perse alcune modalità didattiche che ci consentivano di memorizzare alcune regole e applicarle d’istinto. Posso arrivare a comprendere la difficoltà di alcuni plurali per i quali – grazie alla rete – trovare quello giusto, per valigia, provincia, ciliegia ad esempio, è relativamente semplice. Posso capire che nella fretta della scrittura la scelta della corretta “e” passi in secondo piano, ciò di cui non riesco però a farmene una ragione sono tutte quelle parole che non abbiamo mai letto – in quel determinato contesto – con l’accento o con un apostrofo e che d’istinto scriviamo male.

Ecco che allora mi chiedo: abbiamo scordato le lezioni delle nostre maestre o proprio ignoriamo la grammatica perché non l’abbiamo mai appresa? Forse che la mitica scuola elementare della quale siamo sempre andati fieri alla fine abbia toppato proprio nell’insegnamento più importante, la nostra lingua?

 

p.s. vi racconto un aneddoto: all’inizio di questo post avete potuto leggere l’avverbio temporale “oggigiorno”. Quando ero al Liceo, al triennio precisamente, ogni volta che veniva adoperato “al giorno d’oggi” il professore di italiano lo segnava con la matita rossa scrivendo “oggigiorno”. Quando spiegò il motivo ci disse che la prima espressione era un francesismo “aujourd’hui” e che quando è presente un avverbio nella nostra lingua sarebbe stato preferibile adoperarlo. Questa piccolissima lezione, impartita migliaia di volte dal professore di lettere, non l’ho più scordata. Forse tutti gli insegnanti, proprio perché tali, dovrebbero prestare attenzione non soltanto ai contenuti ma anche al modo nel quale questi vengono espressi. 

 

 

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