L’uomo dell’anno e l’uomo della storia
Come ogni anno, a metà dicembre, la rivista statunitense Time chiama i suoi lettori a stabilire chi sia stato il personaggio dell’anno. Che alla fine la scelta sia caduta su Papa Francesco mi è sembrato persino scontato, tanto dirompente è stato il suo ingresso in Vaticano, i suoi gesti così insoliti e nuovi, le prime scelte di rottura con una Curia troppo rivolta verso se stessa piuttosto che verso il compito a lei affidato dal loro Signore.
Non vorrei apparire controcorrente né vorrei infastidire qualche lettore che spesso interviene su queste pagine quando si parla della Chiesa, ma il mondo intero non avrebbe mai conosciuto Jorge Mario Bergoglio – almeno non l’avrebbe certo conosciuto la scorsa primavera – se l’anziano predecessore, Benedetto XVI, non avesse compiuto un gesto che è entrato direttamente nei libri di Storia senza passare dalle forche caudine della cronaca.
Stamattina – guardando su Twitter il 2013 visto attraverso i cinguettii – di quel flash ANSA che vedete in cima a questo post non c’era nemmeno l’ombra.
Eppure quel flash, della vaticanista Giovanna Chirri, unica giornalista a comprendere le parole che Joseph Ratzinger stava pronunciando l’11 febbraio, grazie alle nostre scuole classiche – non è una notizia, non è uno scoop: è diventato nello stesso istante in cui è stato battuto e di conseguenza postato su twitter e ritwittato migliaia e migliaia di volte, storia.
Per l’opinione pubblica americana e di stampo anglosassone, che legge la rivista Time o che analizza i social, è perfettamente normale che sia più importante la seconda di notizia, cioè quella dell’elezione di Bergoglio e che sia lui a essere messo sulla copertina, trattandosi di un riconoscimento al presente. Ma come molto spesso ci capita di notare, per noi al di qua dell’Atlantico, la visione degli osservatori nel Nuovo Mondo è molto più orientata alla cronaca che alla storia e le stesse vicende mondane vengono più viste attraverso una rappresentazione binaria, o bianco o nero, piuttosto che almeno attraverso una scala di grigi.
Eppure il mondo è a colori, ha infinite sfaccettature e alcuni eventi della cronaca, che solo molto dopo ci appaiono storici, sono in realtà vere e proprie milestone, come li chiamerebbero i project manager informatici, della storia: pietre miliari.
Così il discorso in latino che Benedetto XVI legge durante il Concistoro, poco dopo le 11 del mattino nella Sala Clementina, diventa improvvisamente non un normale speech di un Pontefice della Chiesa Cattolica Romana ma Storia: entra di forza nella storia stessa dell’Occidente e dell’umanità.
Fanno sorridere – con il senno di poi – coloro che in quei giorni storcevano il naso per l’inondazione di Piazza Papa Pio XII di operatori dell’informazione, accompagnati da storici, vaticanisti, latinisti, studiosi, che si accalcavano ai bordi del Colonnato del Bernini dove il CTV, il Centro Televisivo Vaticano, e la RAI avevano approntato le postazioni per i network di tutto il mondo.
Quanta ignoranza in coloro che commentavano un evento storico di portata millenaria con gli occhi della cronaca mondana, dell’opportunità politica e della polemica spicciola. Quante sciocchezze lette sulle posizioni conservatrici del papa tedesco in tema di morale sessuale, di rapporto con gli scomunicati, con le altre confessioni cristiani, con le religioni monoteiste. Come se – in nome delle posizioni conservatrici – si dovesse derubricare a normalità un evento incredibile per la nostra Storia.
“Perché tutta questa attenzione verso un evento che riguarda soltanto la Chiesa?” – mi domandò una follower (di allora) su Twitter.
Non ci si rendeva conto che non si trattava delle dimissioni di Zeman dalla A.S. Roma del campionato precedente ma di quelle di un Pontefice, di una figura che per oltre un miliardo di persone nel mondo, una volta eletto al soglio di Pietro, diveniva una sorta di figura metafisica, quasi sublimandosi dalla propria natura umana, lui l’umile lavoratore nella vigna del Signore. Il solo fatto che non ci fossero precedenti, e che per tutta la parte finale del pontificato del papa polacco – il nostro papa per quelli della mia età – si paventasse l’ipotesi della rinuncia stroncandola però con la frase “dalla croce non si scende“, ha reso il gesto di Ratzinger una sorta di tornado per tutte le convinzioni, tutte le certezze e tutte le ossessioni che buona parte della stampa cattolica e non continuava a possedere.
Nessuno avrebbe mai potuto negare la suggestione spirituale, penitenziale, della personale via crucis che Vojtyla incarnò negli ultimi anni di vita, ma qui il Papa tedesco ribaltava completamente il paradigma finora sostenuto all’interno delle mure leonine e cioè che quell’ultima qualifica che un Romano Pontefice porta su di sé, Servus Servorum Dei, divenisse in realtà la prima, la più importante.
Non viene prima quindi il Vescovo di Roma, il Primate d’Italia e d’Occidente, il Successore di Pietro, il Vicario di Cristo: è come se l’inizio di tutto – ci dice Ratzinger – è che il Papa è il Servo dei Servi di Dio. E un Papa è tale se riesce a servire il suo gregge, il suo popolo.
“Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino” – introduce il Papa nel suo discorso: “per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato“.
In un mondo nel quale siamo come ossessionati dalla perenne gioventù, come se i segni del tempo, dalla rughe sul volto all’incapacità di fare i cento metri come li facevamo da ragazzi, fossero un momento di passaggio e non l’inesorabile trascorrere della vita terrena che è – comunque la si pensi sul dopo – limitatissima rispetto alla Storia del mondo, Benedetto XVI dà una lezione di umiltà di enorme portata.
E soltanto un provincialismo sempre più bieco, cinico e ignorante ha potuto collegare tale decisione con le elezioni politiche italiane che si sarebbero tenute di lì a poco, provincialismo che – in quanto a ignoranza – fa scopa con l’incapacità di vedere che alcuni eventi, pur sembrando all’apparenza cose che non ti riguardano direttamente, in realtà lo sono per il semplice fatto che viviamo tutti su questa Terra e non su Marte.
“Vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti” – chiude Ratzinger – e in quel preciso momento fedeli e non fedeli della Chiesa Cattolica capiscono che la figura del Papa è definitivamente cambiata. Il sovrano, il Papa Re, l’uomo che nel passato si considerava quasi come una figura mistica, non appena salito sul soglio di Pietro, diventa – o forse ritorna – uno di noi, un uomo. Finalmente.
Colui che nel suo primo discorso, dopo il Conclave del 2005, ci confidava che provava consolazione dal fatto che “il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti“, lui “il semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore dopo il grande papa Giovanni Paolo II” diventava la prova vivente di tale tesi, sostenuta quasi otto anni prima.
E anche senza una copertina del Time, possiamo dire che se Papa Francesco è certamente la Person of the Year per il 2013, Papa Benedetto XVI, il Papa Emerito come si è voluto appellare (a ragione – a mio modesto avviso – perché la Diocesi di Roma è la prima fra le sedi), è sicuramente la persona che il 2013 ha affidato alla Storia, avendo cambiato – con un gesto di fatto inaudito – il corso dei tempi.
