La Grande Sconcezza

 In LIFE

Ci sono certamente tutti i buoni motivi per festeggiare l’Oscar vinto da Paolo Sorrentino con il suo film “La Grande Bellezza“, ultimo ed ennesimo regalo che il mondo della cultura e dello spettacolo restituisce al proprio paese, per testimoniare all’estero che non siamo soltanto pizza, mafia e mandolino e che la bellezza della nostra capitale è semplicemente la parte più sfavillante dell’enorme e immenso patrimonio artistico, culturale e ambientale che possediamo.
Film complicato, quello del regista napoletano, e che non è certamente semplice da guardare e da capire.
Confesso che non so se proprio mi sia piaciuto, sebbene io sia sicuramente fra quelli che – vivendo solo una parte dell’Urbe – ovviamente conosce bene l’altra parte della verità, nascosta dalla bellezze di Roma.
Sicuramente è un film poetico e con una fotografia superba che vede illuminati i capolavori di Roma, antica e rinascimentale, con una luce perfetta e straordinaria.
Solo che quella che è ritratta nel film, che all’estero hanno premiato con tre premi consecutivi, dal Golden Globe all’Academy Awards di ieri notte, passando per il Bafta inglese, non esaurisce la città. Roma non è più soltanto quella del centro storico e della prima cinta periferica: non è più il dedalo di vie del Rione Monti o l’eleganza del Quartiere Trieste; non è più lo sfavillante sfoggio dell’architettura fascista celebrata all’EUR o la veracità della Garbatella; non è più il tridente né tanto meno lo stupendo lungotevere che Sorrentino ha ripreso lasciandoci senza fiato.
Roma è ormai anche altro. Anzi. Soprattutto altro.
È l’assurda moda di sporcare i muri dei palazzi più belli e più eleganti con scritte e graffiti inutili: dalle adolescenziali dichiarazioni d’amore alle rivendicazioni politiche con bassissima probabilità di riuscita. È ormai la periferia più sconnessa con il centro di qualunque altra capitale mondiale del mondo cosiddetto civilizzato ed evoluto, se è vero che il trasporto su ferro – da tutti annunciato – di fatto è inesistente. È lo scempio di aver realizzato interi quartieri dormitorio, a ridosso – dentro e fuori – del Grande Raccordo Anulare, che nelle versioni rendering degli architetti appaiono sempre come novelli eden nel quale le tante nuove famiglie sarebbero potute convivere a due passi dall’immensità del Centro, e che invece sono diventate prigioni nelle quali si ritorna la sera, spesso dopo estenuanti trasferimenti dai luoghi di lavoro, fatti di putrido fetore negli autobus, a volte condito da qualche sorpresina a opera della microcriminalità.
È l’incredibile sequela di buche che noi motociclisti evitiamo come moderni slalomisti, pregando tutti le divinità nelle quali crede l’uomo affinché non ci facciano rimbalzare per terra, come palline di un flipper impazzito qual è ormai il caotico traffico romano.
È la lista d’attesa di un asilo nido, al quale i tuoi figli non potranno entrare perché ci sarà stato qualche furbacchione che si sarà inventato una separazione coniugale falsa (spacciata poi per una riconciliazione miracolosa) per far sì di racimolare qualche punticino in più nella graduatoria. È il parchetto sotto le nostre case dove non possiamo più fare giocare i nostri bambini perché altri adulti come noi, indegni di vivere la capitale del mondo, non hanno nemmeno la decenza di raccogliere la merda che i loro cagnolini seminano tra le nostre aiuole, costringendo i nostri figli a non poter nemmeno assaporare l’erba nel timore che fra le loro mani finisca qualcosa che sebbene le assomigli non è certamente terra.
È l’indisciplina dei suoi abitanti, la loro totale incapacità di sprovincializzarsi – come peraltro il resto della penisola – e cominciare finalmente a ritenere che anche gli altri, i meno fortunati, possano avere qualche diritto in più.
Roma è anche e soprattutto l’enorme spread non soltanto fra centro e periferia, ma anche fra proprietari (spesso multipli) e inquilini, fra impiegati e professionisti, fra chi è di Roma e ha potuto sfruttare fino alla fine la propria famiglia di origine e chi invece a Roma si sente sempre un alieno, come Sting nella Grande Mela nella bellissima “Englishman in New York“.
È infine il drammatico e sempre crescente differenziale fra chi fa la vita mondana alla Jep Gambardella e chi fa invece i salti mortali per mandare avanti le proprie famiglie, fra chi può godere della Grande Bellezza e chi invece è costretto – dalla vita, dalle scelte professionali e personali e dalla casualità degli eventi – a doversi accontentare delle briciole e della grande sconcezza che questa città purtroppo ci offre.

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