Gelosia cristiana

 In RELIGIONE
Ampiamente anticipato stamattina su Libero, uscirà venerdì nelle librerie il nuovo libro di Antonio Socci, “Non è Francesco“, destinato ad alimentare moltissime polemiche nel mondo cattolico. Dopo una lunga premessa, sulla sostanziale apertura di credito che sia l’autore che un certo mondo “conservatore” avevano concesso a Jorge Mario Bergoglio il 13 marzo 2013, più dovuta all’obbedienza cattolica che a una reale convinzione, ecco che anche Antonio Socci comincia a sparare contro questo pontefice.

D’altronde, sull’altro giornale conservatore che ospita quasi quotidianamente riflessioni di natura religiosa, Il Foglio di Giuliano Ferrara (al netto della politica interna, per me il miglior giornale di nicchia che c’è in Italia), è ormai da tempo partita la battaglia di un certo mondo cattolico, che si trincera dietro l’ortodossia ratzingeriana, talvolta ignorando che il primo innovatore sia stato proprio Benedetto XVI con la sua rinuncia, contro tutte le innovazione che il papa argentino sta cominciando a porre in essere all’interno della Chiesa e soprattutto della Curia Vaticana e dello IOR.

Era inevitabile che prima o poi nella Chiesa Cattolica si arrivasse allo scontro perché troppo diverso, dalla tradizione eurocentrica, è l’approccio del Pontefice alla vita cristiana. Ma quali sono le colpe principali che Socci e De Mattei, lo storico anti evoluzionista che scrive sul Foglio, contestano a Papa Francesco?

Sulla dottrina sono prevedibili: il Sinodo dei Vescovi, che sta per cominciare questo fine settimana a San Pietro, sarà chiamato a dibattere su un tema che sta particolarmente a cuore alle famiglie e cioè il rapporto fra la Chiesa e i divorziati risposati, cioè coloro che vivono in condizione di grave peccato – secondo la dottrina cattolica – tanto da non potersi accostare all’Eucarestia. Il pragmatismo del Papa, riassunto nel celeberrimo “Chi sono io per giudicare (un omosessuale che cerca Dio)?“, non poteva che non essere gradito a coloro – come Socci – che sostengono invece che l’uomo debba giudicare un comportamento sbagliato ed errato. Contesta – Socci – al Papa la frase “se uno non pecca, non è un uomo“, concludendo che così si perora “una tesi sorprendente che non si avvede nemmeno di negare così di fatto l’umanità di Gesù e di Maria, i quali furono esenti dal peccato e proprio per questo sono il modello ideale supremo dell’uomo e della donna” (Socci scrive che «l’uomo spirituale giudica ogni cosa» (1Cor2,15), quindi la domanda retorica di Bergoglio va contro le Scritture).

Non essendo un teologo non ho le competenze per affrontare tali disquisizioni però il “modello ideale supremo” è forse tale proprio perché non è possibile mai raggiungerlo, come un limite asintotico nell’analisi matematica: il Papa, anziché disumanizzare Gesù – come sostiene Socci – credo stia invece umanizzando proprio la figura del Pontefice, per troppo tempo interpretata sopra il popolo di Dio, spesso dimenticando – nei fatti – che Servus Servorum Dei è il principale anche se ultimo titolo del Romano Pontefice.

Socci rimprovera al Papa di essersi dimenticato dei cristiani per favorire il dialogo con i laici: con tono sprezzante rimprovera a Bergoglio di non essersi recato al Gemelli per incontrare i malati (accusò un malore), mentre  “si trovano facilmente ore da dedicare a Scalfari, o si trova il tempo per telefonare a Marco Pannella o a Maradona e andare di persona a Caserta solo per incontrare l’amico pastore protestante“, denotando tutta la superbia che spesso una consistente parte del mondo cattolico tradizionalista manifesta, specialmente nei confronti dei non credenti (come il fondatore di Repubblica o il leader radicale) o di quelli che dovrebbero essere i fratelli separati con i quali – per esplicito Mandato – si dovrebbe lavorare ut unum sint, affinché si unisca il popolo di Dio (spesso i cattolici dimenticano di essere innanzi tutto cristiani, come i protestanti e gli ortodossi).

È un Socci molto violento, nei confronti di Francesco, specialmente quando osserva che il Papa sembra privilegiare il dialogo con i non credenti, il contatto con i peccatori, con gli ultimi, perché a suo modo di vedere c’erano “da confutare coloro che, nella Chiesa, buttano alle ortiche la retta dottrina cattolica e che – pure da cattedre potenti – demoliscono il cuore della fede, invece si sono visti «bastonare» i
buoni cattolici, quelli ortodossi che vivevano veramente la povertà, la castità, la preghiera e la carità“.

E non poteva ovviamente mancare la tirata d’orecchie al mancato grido contro l’Islam, limitandosi a poche dichiarazioni, quando invece è stato abbastanza chiaro – soprattutto negli Angelus domenicali – la condanna esplicita delle violenze del Califfato contro il massacro dei cristiani e la richiesta di intervento alla comunità internazionale per fermare il genocidio in Iraq e Siria (forse Socci non ha ascoltato la conferenza stampa del Papa durante il volo di rientro a Roma da Seoul!).

Infine, con la malizia tipica dei giornali di centrodestra, Socci e Libero insinuano persino la legittimità dell’elezione pontificia, non rendendosi conto di porsi quasi alla stregua degli scismatici che – non riconoscendo le conclusioni del Concilio Vaticano II – ritengono che la Sede petrina sia vacante dalla morte di Giovanni XXIII. Insinua persino che Ratzinger non abbia rinunciato al papato, vista la convivenza dei due uomini vestiti di bianco tra le mure leonine, e che il conclave si sia svolto violando alcune delle regole della Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis che regola l’elezione del Romano Pontefice (nell’articolo apparso oggi ovviamente non si fa nessun esempio).

In queste pagine, anticipate da Libero, Antonio Socci appare persino oltre Magdi Allam, l’altro giornalista tradizionalista che – dopo essere stato battezzato in San Pietro proprio da Papa Benedetto XVI durante la notte di Pasqua – ha lasciato la comunione col Papa proprio per le posizioni di Francesco nei confronti del prossimo. Socci mette in guardia Bergoglio da non buttare alle ortiche secoli di magistero, senza rendersi conto – a mio giudizio – che il Papa non sta proprio buttando via nulla, sta soltanto aggiornando un magistero che – su alcuni temi – appare ai più non soltanto asincrono con i nostri tempi quanto soprattutto influenzato dall’eccesso di potere temporale della Chiesa stessa del passato.

Proprio in quel “Chi sono io per giudicare?” sta la novità più dirompente del pontificato di questo vescovo argentino che sta a significare l’impossibilità per un uomo di esser Dio e di lasciare al Padre la titolarità di un giudizio finale che – per bramosia di potere – la Chiesa ha sempre pensato di dover amministrare in terra, spesso con risultati poco soddisfacenti.

Vorrà tornare sulla strada dove un giorno, da giovane (lo ha raccontato una volta e mi ha commosso), incontrò gli occhi di Gesù? Vorrà ricercare quel suo sguardo e in Lui ritrovare tutti noi?” – si chiede Socci, senza forse rendersi conto dell’arroganza e della superbia di tale affermazione che presuppone che lui – e chi come lui la pensa – si trovano sulla retta via, sulla strada dove “vi sono gli occhi del Signore“, mentre il Papa e chi lo supporta (da fan, dice lo scrittore) ha smarrito la retta via.

Questo fine settimana – si diceva – comincia il Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia: dopo il documento del Cardinale Kasper, con aperture molto forti nei confronti dei divorziati, sono ovviamente partite le contromisure di chi – all’interno della Chiesa – non accetta questa innovazione del papa argentino. Sul Foglio, oltre De Mattei che anche oggi ha bastonato Kasper, è un crescendo di voci contrarie a qualunque cambiamento della dottrina tradizionale della Chiesa sui cosiddetti principi non negoziabili. Ci sarà sicuramente da riflettere e meditare nei giorni prossimi.

Da parte mia rimango sempre con un interrogativo, che rivolsi retoricamente al precedente pontefice, riferendomi alle coppie omosessuali: veramente la Chiesa Cattolica romana ritiene che in una coppia che si ama, di qualunque sesso essa sia formata (uomini, donne o eterosessuali) la Carità di Dio non possa risiedere? Perseverare quindi nell’arroganza di poter giudicare tutto, non è anch’esso un peccato grave al cospetto di Dio?

Non so perché Socci e la stragrande maggioranza dei cosiddetti cattolici tradizionalisti vivano il cattolicesimo come una sorta di continuo sacrificio, come una sorta di cilicio permanente sulla propria esistenza. Bergoglio invece a me sembra più un sostenitore della gioia del cristianesimo, come d’altronde si evince dalla sua prima esortazione apostolica Evangelium Gaudium.

E per quanto mi sforzi di cercare non riesco a trovare nel Nuovo Testamento nessun riferimento del Maestro a vivere senza gioia la Fede.

 

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