Se questo è un uomo

 In LIFE, RELIGIONE
Avevo lasciato di proposito il cellulare nella suite che incredibilmente l’azienda di telecomunicazioni, per la quale lavoravo da meno di un anno, mi aveva pagato, in uno dei più lussuosi alberghi sul Lago Maggiore. Lo lasciai lì, spento, sapendo che la segreteria telefonica avrebbe potuto raccogliere quel messaggio che ormai attendevo da un giorno all’altro.

Mi trovavo a Stresa per l’annuale convention aziendale che per l’occasione – e per festeggiare degnamente il lancio positivo del nuovo operatore mobile BLU – si teneva in un hotel che in tutta la mia vita non potrei mai più permettermi. Così quella sera – a oltre mille chilometri di distanza da casa mia – decisi di staccare la spina dai pensieri e godermi quella serata fra colleghi e amici di ogni parte del mondo. Era stata organizzata di venerdì quella riunione e anziché tornare a Roma chiesi e ottenni dal mio responsabile del tempo di cambiare il biglietto da Malpensa verso Catania, anziché Fiumicino. Era la vigilia del mio compleanno e volevo trascorrere il mio ventottesimo anniversario insieme alla mia famiglia, salutando un’ultima volta mia nonna, colei che per quasi un decennio si era presa carico della nostra famiglia dopo la scomparsa di mamma.

L’avevo vista per l’ultima volta il mese prima, a gennaio, sdraiata e inerme sul mio letto: codardamente ero fuggito durante le vacanze subito dopo il Natale. Erano le festività del nuovo millennio, avevo lavorato molto per contrastare i problemi delle reti con il Millennium Bug e pensavo di meritarmi un Capodanno romano con i nuovi amici che avevo conosciuto nel gruppo che costruiva la nuova rete radiomobile. Così dopo Santo Stefano, prima della notte di San Silvestro, me ne ero tornato nella Capitale a lavorare e a divertirmi. Fuggendo da quella vista terribile che era ormai lo scheletro di mia nonna. In quel terribile inizio del 2000 un’altra tegola stava per cadermi in testa: il giorno dopo Capodanno, mentre ancora cercavo di smaltire la sbornia della notte di San Silvestro, ricevetti una chiamata da un amico del tempo che mi annunciava la scomparsa di uno dei miei migliori amici e confidenti, che morì per arresto cardiaco probabilmente a causa di un’influenza trascurata. Presi il primo aereo per Catania e tornai a casa: mia nonna era sempre lì, distesa, talvolta con gli occhi aperti altre volte no. Spesso dormiva, intontita dai farmaci. Quando sua sorella si avvicinò e le chiese “Maria, lu stai canuscennu cu turnau a casa?” – domandandole se avesse riconosciuto chi fosse ritornato a casa – mia nonna, quasi con l’ultimo fiato che le fosse rimasto dentro i polmoni, sussurrò “Enzu jè“. Queste due parole sono state le ultime che io ho ascoltato dalla bocca di mia nonna dopo che l’avevo salutata – alla fine dei pochi giorni di vacanza estiva che avevo potuto prendere – in piedi mentre amorevolmente mi preparava un’insalata dopo una giornata di mare.

Durante quelle vacanze natalizie mio padre – esausto e improvvisamente incanutito e invecchiato dallo stress di accudire quella donna, la suocera, che gli era stata una seconda madre – mi confidò che quando vedeva quello scheletro pensava a Primo Levi e al suo “Se questo è un uomo“, la testimonianza terribile dello scrittore di religione ebraica sui campi di sterminio nazisti. Così era diventata mia nonna: uno scheletro, pelle e ossa, ricordando a chi la vedeva proprio il corpo degli ebrei sterminati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Nonna Maria aveva un tumore al cervello proprio come quello di Brittany Maynards, la ragazza californiana che pochi giorni fa ha deciso di salutare questo mondo con “dignità“, chiedendo l’eutanasia nello Stato dell’Oregon dove è legale richiedere l’assistenza per il suicidio. Non avevo collegato Brittany alla nonna fino a ieri: pensate che strana la mente umana. Eppure – pensando al cancro della povera donna americana – avrei subito dovuto rivolgere un pensiero alla mia parente più prossima colpita da un male analogo. Mi è invece tornata in mente la nonna quando ho letto le dichiarazioni di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che commentando la scelta di Brittany ha dichiarato che quella non era stata una morte con “dignità“, anzi che la “la dignità è un’altra cosa che mettere fine alla propria vita“, aggiungendo che lui non stesse condannando la ragazza bensì il gesto, pur sapendo che il Solo che conosca come stanno le cose è Dio.

Ecco, io comprendo che la Chiesa debba fare il proprio mestiere, sebbene non riesco pienamente a comprendere cosa voglia dire che la “vita è un dono di Dio” se poi tu non ci puoi fare quello che vuoi. Forse sarebbe meglio cambiare parola e chiamarlo “prestito“. Ma non è questo che mi ha dato fastidio né la condanna del suicidio assistito della ragazza. Ciò che non ho retto – nelle dichiarazioni dell’ecclesiastico – è l’accento sulla questione “dignità“: quale sarebbe la “morte dignitosa” per il monsignore?

È stata forse quella della mia povera nonna per sei mesi inchiodata in un letto, con le piaghe, incapace ormai di tutto, ridotta a pelle e ossa, consumata da questo orco cattivo che si era impadronita di lei? Era dignitosa la vita di Eluana Englaro che tanto ha spaccato il nostro mondo, con Berlusconi e Quagliariello – all’epoca amici – che addirittura si erano spinti a insinuare che la povera ragazza lombarda fosse ancora in grado di “procreare“, quasi che una donna fosse una sorta di incubatrice naturale?

E soprattutto: siamo sicuri che quella sia “vita“? O forse non è piuttosto semplicemente l’essere vivi, l’esistenza, un cuore che batte in un corpo che non è più in grado di fare nulla e con un cervello che non funziona più? E quando la fine della stessa esistenza è “naturale“?

Ma siccome per scelta della stessa Brittany la sua vicenda da personale è diventata pubblica e inevitabilmente politica osservo che sarebbe stato certamente più dignitoso che il presidente di una Accademia cattolica “pro vita” non fosse entrato a caldo nella vicenda: non sarebbero certo mancate le occasioni per analizzare, dibattere, condannare, smussare e proporre qualunque soluzione per discernere quando ci si trova di fronte all’accanimento terapeutico e quando invece è ancora possibile prolungare – appunto – “dignitosamente” un’esistenza in vita.

Se c’è qualcosa di poco degno in questa vicenda è quest’uomo che non concede nemmeno il rispetto a caldo per una donna che ha liberamente e coscientemente scelto di evitare a sé inutili ulteriori sofferenze – delle quali peraltro avrebbe avuto praticamente pochissima coscienza – e strazianti e dolorosissimi giorni a coloro che l’amavano (l’amano). E poco dignitosa è questa bramosia di dover “dichiarare” alla stampa cosa si pensi di un evento per il quale – come poi ammette pur condannando – non sai proprio nulla di ciò che accade nella coscienza e nella mente di una persona che sceglie quella strada.

Ecco di fronte a Mons. Carrasco de Paula forse userei le stesse parole che mio padre pronunciò quel Natale di tre lustri fa: se questo è un uomo.

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