Philly on field

 In VIAGGI (CON) PICCINI

Vi trovate negli States durante la stagione del grande basket? Allora fate qualunque cosa per procurarvi i biglietti e portate i vostri figli a guardare un match della lega americana, la mitica NBA, National Basketball Association. Vi ringrazieranno a vita perché vedranno dal vivo cosa sia uno sport professionistico gestito con serietà!

Abituati come siamo a raggiungere i nostri stadi come se ci stessimo recando a combattere contro i vietcong, la prima cosa che ti colpiva quando arrivavi al Wachovia Sport Center di Philadelphia, Philly per gli abitanti di questa grande città della Pennsylvania, è che si arriva e si parcheggia come se fosse la cosa più normale del mondo. Sarà perché sono abituato che all’Olimpico di Roma i parcheggi sono praticamente inesistenti – così come i mezzi pubblici, ovviamente, per raggiungere il principale stadio della capitale italiana – o che per andare al Cibali eravamo soliti lasciare la macchina a chilometri di distanza, ma la prima cosa che ci colpì fu la facilità di trovare un parcheggio proprio nei pressi dell’area di ingresso del settore per il quale avevamo i biglietti.

E dopo un po’ di attesa andando a zonzo per il palazzo dello sport, concepito essenzialmente come un grande centro commerciale con il quale massimizzare i ricavi “collaterali” del match, finalmente cominciava lo spettacolo.

Sì, perché di questo essenzialmente si tratta: uno show. Lo sport è semplicemente la parte principale di un grande allestimento scenico, il principale protagonista di un pomeriggio o di una serata dove musica, balli, divertimento sono cornice e parte integrante della partita.

Non può naturalmente mancare l’inno nazionale che ovviamente viene cantato da tutti gli spettatori americani in tribuna e che rappresenta sì il patriottismo tipico degli States ma – a mio avviso – anche un po’ di sano orgoglio nazionale. Luci basse, bandiera che sventola sullo schermo del tabellone e il pubblico che intona la bellissima melodia della bandiera stelle e strisce.

Poi finalmente ecco i quintetti fra fuochi d’artificio e musica assordante!

Mentre le due squadre in campo si riscaldano non possono mancare i classici momenti della kiss camera, la telecamera che inquadra una coppia sul maxi schermo che poi si scambia un bacio più o meno lungo fra gli applausi degli spettatori, mentre le tribune si vanno riempiendo sotto lo sguardo attento degli steward della sicurezza.

Un’altra lucidata al parquet e via! Si comincia!

Sicuramente oggigiorno la differenza fra i livelli tra il basket USA e quello non americano si stanno assottigliando, tuttavia quanto si vede durante i play off della NBA è sicuramente ancora lungi dall’essere raggiunto dalle squadre europee o dalle maggiori squadre sudamericane.

Velocità, precisione, spettacolo: tutto in 48 minuti effettivi di gioco, anche in una partita – come quella che abbiamo visto fra i padroni di casa dei Sixers e i loro ospiti di Detroit, i Pistons – non molto entusiasmante, visto che la squadra del Midwest aveva ipotecato il passaggio ai quarti di finale già all’intervallo.

Simpaticissimi i siparietti con le cheerleader durante i time out così come la buffa mascotte dei Sixers, all’epoca Hip Hop, un grande coniglio che si esibiva durante tutto l’intervallo.

Lo spettacolo in campo non sempre può essere assicurato ma in tribuna non ci si annoia di certo, visto il sound che viene irradiato dagli altoparlanti che coinvolge chiunque, grandi e piccini.

Con le due squadre negli spogliatoi a tenere banco è la musica: mentre i network televisivi sono impegnati nei commenti e nell’analisi del match, gruppi di musicisti e ballerini si esibiscono prima del ritorno delle cheerleader.

Mancano ormai pochi minuti al termine della partita: le bellissime ragazze delle coreografie si esibiscono per l’ultimo time-out chiamato da uno dei due coach e poi si concedono una passerella dietro i canestri per prendersi l’applauso e il calore del pubblico di casa.

Assistere a un match di sport professionistico americano è qualcosa che chiunque ami le competizioni sportive dovrebbe fare: specialmente a noi italiani, che continuiamo a pensare che non ci possa essere alternativa al modello della nostra serie A, farebbe sicuramente bene constatare come sia interesse di tutti – dalla società al pubblico – organizzare incontri in massima sicurezza e in impianti che consentano al pubblico di godere di una giornata tranquilla di sport.

Certo il Wells Fargo Center, come si chiama ormai dal 2010 quest’impianto, può contenere soltanto 21.000 spettatori per una partita di pallacanestro e non può certamente paragonarsi alle grandi arene all’aperto. Sta di fatto però che la sensazione che trasmettono questi incontri professionistici è di grande tranquillità e invogliano le famiglie a far contenti i propri figli quando chiedono di portarli ad assistere alle gesta dei loro beniamini.

E questa cultura sportiva non è esclusiva soltanto del basket professionistico: d’altronde anche in Italia le partite dei cosiddetti “sport minori” sono godibilissime e formative per i più piccoli. In America, anche nel football è impensabile il solo arrabbiarsi sopra le righe da parte del pubblico. C’è una cultura sportiva che forse ha radici profonde anche nella struttura stessa delle scuole, pensate per far sì che lo sport sia parte integrante della formazione dell’individuo e non sia delegato alle possibilità economiche delle famiglie, come avviene purtroppo da noi.

Quando la partita termina si torna serenamente a casa anche se si è presa una scoppola difficilmente digeribile ad altre latitudini: non si sentono mugugni, non si organizzano sceneggiate contro i giocatori. Semplicemente si accetta il risultato con quella cultura anche della sconfitta che un grande allenatore del passato, Arrigo Sacchi, aveva provato a portare – ahimè invano – anche in Italia.

Philly si addormentava sì fuori dalla NBA ben conscia però che gli illustri fasti di Dr. J e di Moses Malone, con l’ultimo titolo ormai lontano nel 1983, magari un giorno potrebbero tornare. Senza bisogno di drammi, perché in fondo è solo uno sport, è solo un gioco.

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