La nostra scuola

 In SCUOLA
Il personale scolastico dell’istituto (pubblico) che frequenta mia figlia ci hanno dato un volantino che spiega le loro ragioni nella protesta contro il Disegno di Legge Giannini, passato ormai alla storia come “La Buona Scuola“.

Approvato alla Camera dei Deputati, adesso è all’esame dell’altro ramo del Parlamento dove – come noto – i numeri sono più complicati per il Governo e la sua maggioranza, visto che la cosiddetta “minoranza PD” potrebbe essere determinante. Tuttavia credo non siano molti ad aver letto il complesso della riforma, me incluso, né nel mondo della scuola né nello stesso Parlamento.

Il volantino della scuola contiene alcuni interessanti spunti di riflessione. Vediamoli insieme

Primo spunto: i docenti affermano che il ddl disegna una scuola che nega i diritti e la libertà a chi la scuola la vive.

Io detesto le frasi forti, mi sembra sempre demagogia, né più né meno di chi esagera dall’altro lato con tutta la retorica sui gufi e sui rosiconi. Temo che in Italia si parli troppo spesso di negazione di diritti e di libertà quando nemmeno si capisce (per fortuna!) cosa sia la privazione della libertà.

Secondo spunto: gli insegnanti sostengono che il ddl impone la sola logica dei numeri, trasformando le scuole in luoghi simili alle aziende.

Su questo temo che i docenti tanto torto non abbiano: non è soltanto la scuola, ma in moltissimi altri ambiti dei servizi pubblici si cerca di importare le logiche di un’azienda, senza considerare un dato pressoché lapalissiano. Le aziende infatti devono produrre profitti, i servizi pubblici no.

Gli insegnanti chiedono che al Senato vengano apportate modifiche su alcuni punti:

  • Piano pluriennale di stabilizzazione: ipotesi certamente suggestiva, ma che si scontra con i soliti problemi. Dove si prendono i finanziamenti? In un’economia che – come ha fatto notare anche il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno durante una trasmissione televisiva – basata sui “tagli” e non più sulla spesa come in passato, dove si adoperano le forbici per garantire tutte le stabilizzazioni desiderate?
  • Cancellazione della chiamata diretta dei docenti: questo è un tema che conosco poco, non so come vengano chiamati i supplenti. Mi ha colpito un tweet qualche giorno fa. Diceva pressapoco così: “se sono incinta verrò lo stesso chiamata per un incarico?” Anche in questo caso il pensiero corre alle aziende, quelle che scoraggiano la maternità o che non assumono “sposine” fresche di nozze.
  • Ridurre le deleghe in bianco: questo è un problema molto diffuso nell’attuale processo legislativo. L’abuso della delegazione al Potere Esecutivo e il ricorso dello stesso al “voto di fiducia” sta diventando un serio problema costituzionale (questo governo è al top nella richiesta dei voti di fiducia). A tal proposito invito a leggere il libro della professoressa Marzano, deputata (pentita) del Partito Democratico, stupita dle fatto che i parlamentari si siano ormai ridotti a premere i pulsanti di voto senza cognizione di causa.
  • Finanziare prioritariamente le scuole statali: sul finanziamento delle scuole paritarie io la penso così. Innanzi tutto occorre distinguere gli ordini: la scuola dell’obbligo non vedo perché debba essere finanziata! Lo Stato – avendo l’obbligo costituzionale di organizzare l’istruzione scolastica su tutto il territorio nazionale – ha certamente la possibilità di gestire la domanda educativa della popolazione. Altro è il discorso degli asili nido e della scuola dell’infanzia dove le scuole paritaria svolgono un ruolo fondamentale per le famiglie.
  • Accentramento dei poteri del Dirigente: questa è stata la norma più controversa e credo sia stata modificata, rispetto alla formulazione originaria e forse lo sarà ancora.

Colgo l’occasione di quest’ultimo punto per riflettere più in generale sul concetto di valutazione e di meritocrazia, parola ormai abusata tanto quanto quella di golpe da parte di alcuni leader politici.

Non c’è nessuno, con un pizzico di sale in zucca, che non consideri qualcosa di serio – in una società avanzata quale la nostra dovrebbe essere – la valutazione delle prestazioni di un lavoratore e la conseguente valorizzazione economica, secondo appunto i principi della meritocrazia.

Tuttavia nella vulgata corrente, quando si tratta di impiegati pubblici, la pubblicistica non riflette tale necessità quanto più una distinzione fra chi merita e chi no, fra chi è fannullone e chi invece un serio professionista. Ciò accade – a mio avviso – per un motivo e che sta alla base della peculiarità dell’impiego pubblico, preferendo la scorciatoia della valutazione bravo/fannullone!

In una normale azienda privata, quella che viene presa a riferimento quando si parla di meritocrazia, la valutazione di un dipendente si cerca sempre di fare attraverso elementi oggettivi e non soggettivi. Certo, nel privato viene in aiuto una cosa determinante: il fatturato, la produzione, le commesse. Nel pubblico, e in particolare nella scuola, ciò non è possibile. Accade quindi che trovare gli elementi valutativi per il singolo docente, così come per gli addetti alla segreteria, per gli ausiliari, per chiunque – persino il temutissimo futuro preside! – non è così semplice. Inoltre la “valutazione” non ha soltanto lo scopo di premiare chi è bravo: è (dovrebbe essere!) semmai uno strumento per stimolare la concorrenza verso l’alto. Può un singolo dirigente scolastico decidere il metro di giudizio per tutti i docenti di una scuola?

Si dice spesso: ma in un’azienda è così!

Col cavolo, rispondo io!

In una qualunque azienda la governance è distribuita per linee gerarchiche: esistono livelli di compensazione, strutture atte a compensare giudizi troppo personali. Esistono a prescindere dal fatto che gli obiettivi assegnati siano tutti effettivamente misurabili e quindi traducibili nel vile denaro! Stesso discorso vale per i dirigenti scolastici: con chi negozia gli obiettivi, questa sorta di General Manager della futura scuola? Qual è il suo Consiglio di Amministrazione al quale rendere conto, anche rimettendo il mandato?

Una struttura autonoma come è la scuola, peraltro un istituto giuridico protetto da un apposito articolo della Costituzione che tutela la libertà di insegnamento, a chi deve rendere conto? Nelle università, il rettore è eletto dai suoi pari: una specie di elezione che ricorda quella dei vescovi delle Chiese acefale ortodosse. Nella scuola invece il Preside è una figura precisa, non eleggibile e che viene nominato con concorso apposito. Mi si dirà: ci saranno gli ispettori già previsti dalla riforma Gelmini che saranno potenziati in numero e poteri. Sì, ok, ma per fare cosa? Su cosa misureremo il Preside di un istituto scolastico?

Detto questo, il problema della “buona scuola”, almeno per come lo abbiamo letto sui media, sembra più una sorta di piattaforma di rivendicazione salariale, né più né meno di quanto accade nei tavoli negoziali di un rinnovo contrattuale. Ma la scuola dovrebbe essere altro: non ho sentito né dai docenti né dalla politica, parlare di programmi, salvo generici riferimenti a maggiori ore di arte e musica. Non ho sentito di una maggiore volontà di inserimento della scuola dell’infanzia all’interno della scuola dell’obbligo (credo che dovremmo diminuire a cinque anni l’età alla quale si comincia a studiare, esattamente come avviene in altri paesi europei. La concorrenza come paese comincia a scuola, non con le industrie). Non si è sentito parlare di “programmi scolastici”, di formazione dei nuovi individui, di integrazione, di cittadinanza, di coscienza civica: abbiamo ascoltato soltanto parlare “soldi”.

È vero che il motore della storia è l’economia, ma qui parliamo di scuola, la nostra scuola!

 

p.s. Per quanto mi riguarda lo stipendio degli insegnanti lo trovo ridicolo: un Paese serio dovrebbe pagarli molto di più e pretendere da loro molto di più, misurandoli nell’unico modo che può interessare al sistema nel suo complesso, nelle mille competizioni internazionali che ci stanno, dalle olimpiadi della matematica ai certamen per gli studi classici. Spesso i nostri studenti sono ai primi posti: se i docenti pretendessero che i loro obiettivi fossero misurati su questi risultati, credo che la BCE dovrebbe cominciare a stare zitta e stampare moneta!

p.p.s. Il prossimo 8 giugno terminerà l’anno scolastico qui a Roma: proverò a scrivere qualche riflessione su questa prima elementare che “abbiamo concluso”, cercando di contattare qualche “collega genitore” per farmi raccontare la scuola in altre aree geografiche e spero anche fuori dal Paese. Stay Tuned! Se qualcuno vuole raccontarmi la “sua” prima elementare, mi scriva contattandomi su questo link!

(La foto in cima l’ho scattata in Vermont, a Middlebury, deliziosa cittadina con un prestigioso college. Per l’aria che si respirava veniva voglia di tornare sui banchi! Anche la qualità delle strutture scolastiche dovrebbe far parte della “buona scuola”)

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