Il giardino sfrattato

 In SCUOLA
Mi fanno compagnia a Villa Borghese ogni giorno all’ora di pranzo: da quando il mio medico di base mi ha invitato a camminare subito dopo mangiato, per scongiurare gli effetti del reflusso gastro-esofageo che mi sono fatto venire per giocare troppo duramente alla “lotta” con mia figlia, ogni giorno trascorro un’oretta in quello che per me è il più bello dei grandi parchi di Roma. Una piccola passeggiata digestiva e poi mi siedo in panchina a leggere: “grazie” – si fa per dire! – a questo piccolo problema di salute di libri ne sto divorando a iosa. Passano i runner, incrocio turisti armati di fotocamera sui risciò, e poi ci sono loro, i piccoli della Scuola dell’Infanzia “Giardino Incantato” che stanno lì a due passi, separati da me solo da una recinzione: giocano, gridano, ridono, corrono, insomma fanno tutto ciò che dei bambini da 3 a 5 anni “devono” fare durante le loro pause.

Purtroppo corro il rischio di non poter più sentire né loro né la loro allegria visto che la direzione di Villa Borghese sembra sia intenzionata a far sloggiare i piccoli di questa scuola dell’infanzia che è comunale, cioè pubblica. Voglio ammetterlo subito però: io ho un enorme conflitto di interessi in questa storia. La mia nipote minore, una birbante bambina dagli occhi belli e vispi che adoro, frequenta proprio questa scuola e la notizia che possa subire uno sfratto non mi ha fatto molto piacere. Ma perché – vi chiederete – un polo museale come quello di Villa Borghese vuol mandare via questi bambini da quella struttura?

Inizialmente la stampa aveva riportato l’intenzione di realizzare un ristorante: il che sembrava francamente eccessivo. Sfrattare bambini, giochi e mensa per far spazio a tavoli e sedie, magari con coperti di un certo “prezzo”, non sembrava proprio la più illuminante delle idee per la società. Poi è arrivata la precisazione della Dott.ssa Oliva, la direttrice della Galleria Borghese e francamente non so se la toppa sia come si suol dire peggio del buco.

Ricorda infatti nella sua lettera al Comune la direttrice, come la scuola dell’infanzia occupi i locali del Casino degli Uffizi della Villa, un tempo sede dei laboratori di restauro ma che dagli anni Sessanta dello scorso secolo il casino è ormai una scuola comunale (quindi – lo ripeto – pubblica). Ma il “grave” comincia subito dopo: la direttrice annuncia l’esigenza che «gli edifici monumentali di alto valore artistico e storico abbiano la loro giusta destinazione, ovvero il godimento da parte della collettività, senza che particolarismi – pur nobili come una scuola per l’infanzia, un’associazione culturale, una sede di partito – li sottraggano alla loro essenziale qualità di bene pubblico come bene collettivo». Dopo aver continuato nel suo excursus storico, ricordando alcuni precedenti successi (Palazzo Barberini e Reggia di Caserta) di ri-acquisizione del patrimonio pubblico, la dott.ssa Coliva afferma che il progetto di valorizzazione del Parco interrompe «finalmente l’assurdo smembramento e il paradossale uso improprio delle parti di un impianto unitario e dall’identità storica molto compatta». Non solo – e qui viene proprio il “bello” – «il cosiddetto “Giardino Incantato” non merita di essere definito una scuola dell’infanzia perché si trova entro una struttura – destinata a questo scopo “provvisoriamente” nel 1969 – inadeguata ad accogliere un luogo di formazione per bambini. In questo caso specifico non viene loro alcun privilegio dall’essere all’interno di un parco, perché lo spazio esterno di gioco è un piccolo pezzo di terra costretto entro una recinzione in degrado, un frammento di spazio che non può in alcun modo trasmettere ai bambini l’idea di essere dentro una meravigliosa villa storica concepita agli inizi del Seicento». Non contenta la dirigente del Ministero per i Beni Culturali del nostro Paese “infligge” una sonora lezione ai genitori (i veri destinatari della missiva, non certo il Prefetto Tronca, il commissario prefettizio del Comune di Roma, né le istituzioni del II municipio all’interno del quale ricade la scuola): «i bambini vengono educati, qui come nelle altre scuole, anche al rispetto del bene pubblico, destinato al godimento diffuso e condiviso e ospitarne la crescita dentro un monumento equivale a farli crescere nell’idea del tutto sbagliata che il privilegio sia una condizione di normalità, che abitare quotidianamente una architettura seicentesca sia una condizione di vita basilare. Non possono comprendere, i piccolissimi, la fortuna di questa condizione, ne assorbono però il messaggio intrinseco, e saranno, domani, fruitori adulti impreparati all’essenziale principio di bene pubblico come bene di tutti, perché abituati a viverlo con una familiarità fuorviante». Quindi dopo aver ribadito che il Comune deve trovare una soluzione alternativa per i locali scolastici, anche nelle vicinanze, la dott.ssa Coliva chiude la lettera chiedendo un «più idoneo luogo di accoglienza, che soddisfi la legittima esigenza di garantire giusti spazi ai bambini, nel rispetto dei diritti della collettività».

Ed è proprio da questa ultima affermazione che voglio partire: “rispetto dei diritti della collettività“. In cosa si esprime la collettività in una società moderna e contemporanea? Nelle istituzioni e nella rappresentatività delle stesse. Come ho più volte osservato la scuola dell’infanzia citata è “pubblica” e come tale quindi collettiva, di tutti. Certo non accessibile a tutti perché vige l’ovvio principio del “bacino di utenza” (si cerca di andare a scuola il più vicino possibile a casa propria o al proprio posto di lavoro) ma sicuramente lo è per tutti. La collettività inoltre si è fatta carico proprio dei lavori di ristrutturazione (il vice presidente del II Municipio e assessore della giunta municipale con le deleghe per tali problematiche, Emanuele Gisci, ha risposto alla direzione del museo ricordando come l’amministrazione capitolina abbia speso considerevoli somme proprio per tale motivo) ma il problema non sta in questo.

Non si tratta di una mera questione burocratica di “vivere” un edificio invece che un altro: è il pensare che chi riesce ad essere ammesso a quella scuola stia godendo di un privilegio, stia in qualche modo “rubando” alla collettività un proprio diritto. Addirittura la direttrice arriva a inerpicarsi in arzigogolati avventure pedagogiche affermando che i bambini, continuando a frequentare il parco dal di dentro, rischino di diventare  un domani adulti “viziati”, perché pretenderebbero poi come normali i privilegi.

Non ho certamente dubbi nell’affermare che poter frequentare da piccolissimi una scuola all’interno del più bel parco di Roma è sicuramente una grande fortuna ma affermare che i bambini vivano come normale tale privilegio a me sembra azzardato e una sorta di excusatio non petita per una scelta aziendale legittima ma incomprensibile. Legittima perché il Ministero ha tutto il diritto di pensare di migliorare le proprie strutture museali, incomprensibile perché è dimostrato scientificamente che i luoghi scolastici – di qualunque ordine e grado le scuole siano – influenzano la qualità degli studi e dell’apprendimento. Le nostre scuole sarebbero di gran lunga migliori se tutte fossero immerse nel bello (e l’Italia ha il più vasto patrimonio architettonico, artistico e culturale del pianeta) e se tutte avessero gli spazi ripensati proprio per fruire nel miglior modo possibile della didattica e del vivere comune. Noi avremmo a disposizione il miglior set culturale per poter avere i più straordinari campus universitari della Terra mentre ancora abbiamo università ospitate in strutture squallide, a volte addirittura in cinema e teatri per far fronte all’enorme numero di richiedenti.

Ma la lettera della dott.ssa Coliva non è che l’effetto acculturato e burocratese di un diffuso sentimento che ha origine quasi esclusivamente in un sentimento di indivia sociale: una sorta di riflesso immediato che ci prende quando qualcuno ha più “fortuna” di noi. Tendiamo non a emularlo e a far sì che anche le periferie abbiano – in questo caso – delle belle scuole come quella immersa dentro Villa Borghese: pensiamo invece di liberarci la coscienza sperando che i disegni di questa dirigente pubblica si realizzino e i bambini vadano anche loro a frequentare qualche locale fatiscente come fanno purtroppo molti altri. Si preferisce annientare il supposto privilegio dell’altro anziché lavorare, richiedere e pretendere che il giusto sia riconosciuto anche a chi non ce l’ha. È un discorso che vale per la scuola ma anche per mille altri diritti (su queste pagine ho parlato spesso dell’assurda eliminazione di un diritto dei lavoratori di ieri anziché estendere il diritto ai lavoratori di oggi e di domani, spacciando per privilegi i diritti acquisiti con le lotte sindacali dalle generazioni precedenti). È l’aspetto distruttivo della nostra comunità, come in una sorta di comandamento: «Spero che tu non abbia più ciò che io forse non potrò avere mai».

Manca ormai poco al termine dell’anno scolastico e non so se a settembre le vocine allegre di questi piccoli futuri cittadini romani terranno ancora compagnia a un divoratore di libri. Non so se la battaglia delle famiglie e del II municipio capitolino riuscirà a salvare un fiore all’occhiello dell’offerta educativa della Capitale o se invece saranno costretti a sloggiare e a trovare magari qualche edificio non molto distante ma un po’ fatiscente così da non turbare eccessivamente tutti coloro che guardano sempre con diffidenza alla “fortuna” degli altri: forse si sentiranno più sollevati e riterranno che quella sia “giustizia sociale” mentre ci sarà chi la ritiene l’ennesimo successo dell’egoismo individuale a scapito della collettività e – sprofondato su una panchina e immerso nella lettura – si sentirà più solo e più triste, senza quella vita che al di là di una cancellata scorre libera e beata, allegra e spensierata.

E senza quei bambini anche la bellezza di Villa Borghese sarà un po’ meno bella.

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