Lo spazzolino da denti

 In RELIGIONE
Quando quasi cinque anni fa papa Benedetto XVI dichiarò solennemente di lasciare il comando della barca di Pietro, su questo blog abbiamo trattato a lungo e approfonditamente il momento storico che la Chiesa e il mondo intero stavano vivendo. La scelta poi dei cardinali elettori di consegnare il soglio pontificio a Jorge Mario Bergoglio, un uomo venuto dalla fine del mondo, gesuita argentino assai pratico e immerso nella quotidianità della sua gente bonaerense, comportava a chiunque avesse voglia di analizzare il mondo senza gli occhi bendati della faziosità un supplemento di attenzione, uno sforzo di capire cosa stesse accadendo nella più importante organizzazione religiosa del pianeta.

Chi scrive si beccò spesso qualche commento sarcastico di chi confonde laicità e anticlericalismo, di chi cioè considerava il parlare di cose della religione una sorta di ecumenismo a prescindere, non comprendendo che la religione – tutte le religioni – fa parte della storia dell’umanità da sempre e cercare di capire cosa stesse avvenendo all’interno della Chiesa di Roma era di fondamentale importanza per gli sviluppi futuri degli equilibri politici nazionali e internazionali.

Il nuovo pontefice, rivoluzionario sin dal suo primo gesto di presentarsi alla Loggia delle Benedizioni con il solo abito talare bianco, chiedendo per sé una benedizione e presentandosi come Vescovo della Chiesa di Roma che presiede nella carità tutta la chiesa universale e soprattutto scegliendo un nome pontificale che già di suo rappresentava il programma politico dell’intero pontificato, sta incessantemente lavorando affinché il potere temporale della Chiesa finalmente termini una volta per tutte, dopo quel 20 settembre 1870 che decretò la fine dello Stato Pontificio all’epoca guidato da Pio IX. E la chiesa faccia soltanto la chiesa.

Oggi, nel consueto discorso di fine anno alla Curia Romana, Papa Francesco si spinge oltre e sposta il confine della sua pulizia interna verso nuovi orizzonti: invita (leggi ordina!) ai suoi fratelli di superare la logica del complotto, dice basta al cancro della corruzione, afferma che il danno maggiore alla Chiesa lo portano i traditori della fiducia e gli approfittatori, coloro che non comprendono l’elevatezza della responsabilità di far parte di un’istituzione – la Curia – di millenaria storia e di fondamentale importanza per il ruolo del Vescovo dell’Urbe.

Se sostituiamo alle parole “Curia Romana” quelle ben più familiari per noi tutti di Politica e di Palazzo, il discorso del Santo Padre non fa una grinza e chiunque lo proponesse con la stessa autorevolezza porterebbe nuova linfa nella ricostruzione di un rapporto fra governanti e governati, fra politici e cittadini, fra amministratori e amministrati. Cita, Francesco, l’ecclesiastico belga De Merode che sosteneva che “fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti”, ponendo in risalto il compito assai delicato e paziente che spetta a chi conduce un’organizzazione siffatta e che deve possedere una dedizione quasi eroica. Ma per fare questo occorre innanzi tutto esercitare con autorevolezza la propria leadership: essere guida – spirituale nella religione, politica nella politica – e non lasciarsi trasportare dalla vanagloria del comando.

Non si scorge – purtroppo! – nel nostro Paese (e sono pochi anche in giro per il mondo) leader che riescano a condurre il gioco della politica su un terreno così alto: in Italia sarebbe questa l’occasione, con un Pontefice volutamente assai distante dalle cose italiane, il momento di rivedere il concordato del 1984 e i Patti Lateranensi. Sarebbe questo il tempo più appropriato per modificare il meccanismo dell’otto per mille – eliminando per esempio la stortura del non optato – lasciando che le chiese e le comunità religiose si finanzino dai contributi che i loro fedeli decidono di affidar loro. Sarebbe questa l’occasione – con un papa assai aperto agli altri, alle altre confessioni cristiane e profondo sostenitore del dialogo interreligioso come strumento di pace – per eliminare la stortura dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche italiane, convertendo quei programmi scolastici in temi riguardanti la storia delle religioni e l’importanza di ciascuna religione nella società italiana, a maggior ragione oggigiorno che il tessuto sociale del paese va sempre più delineandosi come multiculturale e multirazziale.

Non mi sembra tuttavia che in Italia le forze politiche, impegnate in una campagna elettorale sempre più deprimente (e più passa il tempo, più le troviamo penose!), abbiano a cuore l’elevazione complessiva della società, preferendo la lotta faziosa e sterile. Ecco, se dovesse un giorno apparire un leader politico in grado di inserire nella propria agenda un confronto serio e di pari livello con quello proposto dal Papa per la sua Curia, forse anche un elettore ormai fuggito nel bosco troverebbe le motivazioni per venir fuori e appoggiarlo.

 

 

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