Il diritto di non scegliere

 In POLITICA
Nel mese di dicembre, un amico di nuova data mi ha chiesto come fossi riuscito a scappare nel bosco e a non interessarmi più né della politica né soprattutto della sinistra e del Partito Democratico. Gli ho risposto che avevo recuperato in salute: meno dolori, meno delusioni e che per una volta potevo osservare la competizione elettorale senza necessariamente sentirmi parte in causa. D’altronde Enrico Mentana lo fa da tempo e pubblicamente l’ha sempre ammesso.

Tuttavia per comprendere meglio perché trovo difficoltà nella scelta della migliore proposta politica che possa rappresentare le mie idee di sinistra raccontiamo pure su questo blog alcuni divertenti (meglio ridere che piangere!) aneddoti sulle candidature.

Cominciamo da un nome illustre: Giacomo Mancini. Naturalmente non l’esponente storico del Partito Socialista, passato a miglior vita nel 2002, bensì il nipote, omonimo, mio coetaneo (sono soltanto sei mesi più anziano di lui). Il rampollo di casa Mancini comincia a fare politica come socialista e viene eletto nel 2001 (a 29 anni) Deputato della Repubblica. Entrato a far parte dei Socialisti Democratici Italiani (SDI), quelli guidati da Boselli (ricordate, vero?), nel 2006 riesce a essere rieletto (si fa per dire, visto che la legge elettorale Porcellum non consentiva la scelta) nelle liste della Rosa nel Pugno, lista radical-socialista. Nello stesso anno prova a diventare sindaco di Cosenza come il nonno, con una coalizione che comprende pure Rifondazione Comunista. Nonostante il 30% di voti non ce la fa.

Purtroppo per lui nel 2008 il Partito Socialista non ottiene seggi e quindi la sua avventura a Montecitorio termina. E finisce pure la sua militanza socialista perché viene folgorato da Silvio, sempre assai sensibile ai pacchetti di voti al sud: entra quindi a far parte del Popolo delle Libertà, si candida alle europee nel 2009 ma non viene eletto nonostante 60.000 preferenze.

Come premio di consolazione entra a far parte della giunta Scopelliti, di centrodestra, nel 2010. Candidato in consiglio regionale, risulta il primo dei non eletti nella lista i Forza Italia: 287 maledetti voti, lo separano da Giuseppe “Ennio” Morrone, che risulta eletto nel Consiglio Regionale calabrese. Fin qui sembra una storia di ordinario cambio di casacca.

Ma il bello deve ancora arrivare.

Probabilmente tutte le critiche che aveva rivolto a Veltroni (a Veltroni, capite? L’uomo che nemmeno nominava Berlusconi, il principale candidato dello schieramento a me avverso!) nel 2008, per le quali non aveva aderito al Partito Democratico, svaniscono come neve al sole nell’inverno elettorale di dieci anni dopo, quello che stiamo vivendo. Il segretario del PD Matteo Renzi lo candida nel collegio uninominale di Cosenza: e chi ti sfida, l’erede di cotanto cognome?

Ma che domande! Proprio Morrone, quello del centrodestra!

Così se Mancini vince il collegio diventerà deputato del PD. Se invece è Morrone a spuntarla, il buon Giacomo si dovrà accontentare di diventare consigliere regionale in Calabria, in quanto primo dei non eletti di Forza Italia.

E ti risuonano in mente le parole di Grillo che cinque anni fa contestavi: “PDL e PDmenoL”.

Ma non è che la formazione delle liste sia stata un esempio di limpidezza negli altri schieramenti: il Movimento Cinque Stelle candida nel collegio senatoriale fiorentino, contro Matteo Renzi, un renziano ultra doc, nonché un super sostenitore del Sì al Referendum Costituzionale che ha abbattuto il governo del caudillo (copyright Ferruccio de Bortoli) di Rignano. L’Ammiraglio Veri, pregiata freccia all’arco pentastellato e poi purtroppo per loro rivelatasi arma spuntata all’ultimo istante, s’era scordato di dire che era un consigliere comunale democratico. Il giornalista Paragone, direttore de La Padania, adesso diventa grillino. E potremmo continuare ad libitum.

In Liberi e Uguali il gioco dei collegi uninominali e delle pluricandidature assume aspetti grotteschi, con big che competono in territori che storicamente non li hanno mai visti contendersi il seggio. Peraltro, non erano, anche per LeU, le pluricandidature il male intrinseco di questa legge elettorale? Perché adoperarle sia come paracadute che come specchio per le allodole?

Nel centrodestra i giornali descrivono come il più moderato Silvio Berlusconi: sì, avete capito bene, proprio lui. Non è un omonimo è proprio il pregiudicato per frode fiscale Berlusconi Silvio, nato a Milano il 29 settembre 1936.

Lui, che è stato dimostrato processualmente che ha frodato il fisco persino mentre era Presidente del Consiglio.

Lui, che ha sostenuto che Mussolini poi non è stato ‘sto gran dittatore.

Lui, che ha piegato il Parlamento a mentire su Ruby Rubacuori.

Al mio amico, quindi, non mi resta che tranquillizzarlo che nel bosco si sta molto meglio che nell’aia di questo pollaio: uscirò soltanto per votare il Presidente Zingaretti che nella Regione Lazio ha proposto in campagna elettorale e realizzato nel suo primo mandato cose buone, a partire dagli ambulatori di cure primarie che personalmente ho trovato assai utili senza il bisogno di intasare il Pronto Soccorso degli ospedali. Rimanere nel bosco anche per le regionali sarebbe fare un regalo a Roberta Lombardi, la donna che si fece beffe di Pierluigi Bersani durante la celebre diretta streaming. Non si rese conto, l’arrogante deputata pentastellata, che stare a Ballarò e stare in una sala istituzionale durante le consultazioni con il Presidente incaricato è cosa assai differente.

E una così che non distingue le istituzioni dai salotti televisivi non merita di sedersi a capotavola in Via Cristoforo Colombo.

p.s. ringrazio il cielo di non essere residente in Sicilia: non ho ancora capito se e quale nome illustre mi capiterà nella scheda qui a Roma, ma i nomi che ho letto nella mia terra li sento da trent’anni.

[immagine da Pixabay]

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