Se fossi del PD

 In POLITICA
È strana la vita: cinque anni fa di questi tempi, dopo le elezioni con la vittoria a metà della coalizione guidata da Pierluigi Bersani, era tutto un dibattito sulla “prorogatio”. Quest’ultima non era una nuova pratica erotica sadomaso, bensì la strampalata teoria del Movimento Cinque Stelle di prorogare il governo Monti in carica e far lavorare il Parlamento senza stabilire chi fosse maggioranza e chi opposizione. Persino il professor Buttiglione dovette scomodarsi dal suo sonno (mi ha sempre dato l’impressione di uno che dorme in aula!) per spiegare ai grillini che un sistema parlamentare è cosa differente da un sistema assembleare e che nel primo esiste una maggioranza e una minoranza e che il governo non si può “prorogare” ma deve ricevere il voto di fiducia previsto dalla Carta (leggo allucinanti post di simpatizzanti PD che affermano che tanto può rimanere Gentiloni! È come se ci fosse in atto una grillizzazione del PD!).

Che fosse ignoranza costituzionale o malafede politica poco importa: il Movimento decise di isolarsi e così naufragò il tentativo di Pierluigi Bersani e il premier divenne Enrico Letta, capo di un governo di coalizione fra centrodestra e centrosinistra, con tanti saluti alle coalizioni che si erano scontrate (ovviamente non sostennero i governi della scorsa legislatura i due partiti di destra e di sinistra, Fratelli d’Italia e l’allora Sinistra Ecologia e Libertà).

Cosa voleva Pierluigi Bersani? Poiché il premio di maggioranza aveva garantito alla Camera l’autosufficienza della coalizione Italia Bene Comune, l’allora segretario del PD chiedeva alle forze politiche, e in primis al Movimento Cinque Stelle proprio per rimarcare la differenza con la destra berlusconiana, di far partire il proprio governo che al Senato sarebbe stato minoranza. Certo, Giorgio Napolitano non vedeva di buon occhio tale situazione, ma se ci fosse stata una maggioranza garantita, il Capo dello Stato non avrebbe potuto fare altro che accettare il volere del Parlamento.

Come sappiamo, il tentativo di Pierluigi Bersani – peraltro sull’esempio dei governi di minoranza spagnoli – naufragò in diretta streaming, quando due scellerati portavoce-capogruppo, catapultati nei Palazzi da pochi click su una piattaforma proprietaria e nascosta, si fecero beffe del segretario democratico che da lì a poco venne pure pugnalato dai suoi e si dimise.

Cinque anni dopo, il Movimento Cinque Stelle stravince le elezioni politiche, diventa il primo partito italiano e sta chiedendo ciò che allora rifiutò! Surreale! Se fossi un elettore, un militante, un attivista del Partito Democratico credo che giustamente mi girerebbero le scatole!

Tuttavia mi permetto di analizzare tutte le ipotesi.

Innanzi tutto visto che i vincitori veri delle elezioni sono due (oltre ai grillini ci sono i leghisti che hanno quadruplicato il numero dei propri parlamentari), la prima assunzione di responsabilità non può che passare da loro. E se non ce la fanno a fare un governo politico, cioè di programma per la legislatura, abbiano la decenza di vararne uno per cambiare la legge elettorale (o maggioritaria o proporzionale, gli ibridi non funzionano!) e tornare al voto il prima possibile.

In alternativa, se diviene acclarato che nessuno dei due vincitori ha il senso di responsabilità per far partire la legislatura, il Partito Democratico non può di certo essere l’unico responsabile di uno stallo in un mondo di irresponsabili! L’unica cosa che può fare è far scendere il numero legale e far partire un governo, guidato da Di Maio o da Salvini poco importa e valuteranno al Nazareno quale possa essere la soluzione migliore fra i due, e stare nettamente all’opposizione. L’unica cosa che potrei accettare sarebbe la Presidenza della Camera come prezzo da far pagare ai vincitori per far partire il governo e ristabilire un po’ di educazione istituzionale che il Berlusconismo (con la complicità radicale di Pannella e Bonino) rase al suolo nel 1994 quando ci fu l’elezione di Carlo Scognamiglio Pasini a Palazzo Madama, dopo che la Pivetti era stata designata a capo di Montecitorio.

Poi, però, un minuto dopo l’inizio vero della legislatura, sempre se fossi del PD, pretenderei che il mio partito facesse una seria analisi di quella che non si può nemmeno chiamare sconfitta! Perché se Veltroni e Franceschini vennero additati come disastro e vice disastro dall’attuale segretario dimissionario Matteo Renzi, come definire quest’ultimo che in meno di tre anni ha perso cinque milioni di voti ed è sceso sotto la quota del 25% di Bersani che lui aveva tanto deriso alla Leopolda 2015?

Analisi della sconfitta e dei flussi elettorali con un solo scopo: ricostruire un centrosinistra che finalmente si affranchi di tutta la retorica neoliberista dell’ultimo decennio, retorica peraltro fuori tempo massimo! Se giustamente si pretende che i grandi vecchi della sinistra si facciano da parte, lo stesso si deve pretendere per quel pensiero che è stato responsabile dell’arretramento dei diritti di coloro che dovevano essere rappresentati a sinistra. Si consegni quindi alla storia, in un posto preminente perché gli anni Novanta sono stati anni formidabili per la sinistra mondiale, i vari Blair, Clinton, Mitterand, Schroeder, giusto per citare i massimi esponenti della sinistra mondiale della fine del secolo scorso. Pretendere che si rottami solo D’Alema quando fu il principale interprete del blairismo in Italia è quanto meno stupido!

Ma per fare ciò, sempre se fossi del PD, pretenderei che il gruppo dirigente del mio partito la smettesse di scimmiottare nei comportamenti e nel linguaggio la destra salvinian-berlusconiana e il melting pot grillino. Vorrei – in altre parole – comprendere quale modello di società ha in mente il mio partito; quali strumenti di protezione sociale pensa sia opportuno inserire dopo la liberalizzazione e la precarizzazione della condizione dei lavoratori degli ultimi dieci anni; quale modello di convivenza fra le diverse classi sociali ritiene sia il migliore per gestire i conflitti che sono e saranno sempre più presenti a seguito della globalizzazione delle economie e dei flussi migratori ormai di carattere storico e non più episodico.

Vorrei conoscere se il mio partito pretende o meno il primato per la Politica rispetto all’Economia o se piuttosto consegna ai poteri economico-finanziari il diritto di interferire sulla vita dei più deboli.

Se fossi del PD vorrei sapere cosa intende fare il gruppo dirigente per riconquistare il cuore di milioni di elettori che sono fuggiti via e si sono rifugiati sotto l’ombrello giallo di Di Maio o coperti dalla felpa verde con l’inevitabile scritta locale di Salvini.

E sempre se fossi nel PD mi terrei alla larga dai post e dai tweet che continuano a commentare le elezioni politiche di domenica scorsa con la lente miope del giorno dopo, magari riprendendo recriminazioni recitate come giaculatorie quali quelle sul referendum di due anni fa (a proposito: Matteo, il referendum era sulla Costituzione, non sulla legge elettorale che è stata dichiarata incostituzionale non perché “il Senato è rimasto”, come ripeti tu, ma perché dava un premio di maggioranza al ballottaggio senza soglia. Hai tanti amici costituzionalisti, fattelo spiegare bene!).

Meglio articoli lunghi, riflessioni intense, tornare cioè un po’ alla lentezza piuttosto che cedere all’impulso dell’immediatezza di avere per forza un’opinione da condividere.

Se un partito vuole sopravvivere alle batoste deve non soltanto pensare in grande, ché l’ambizione è giusta e sacrosanta, ma anche – direi soprattutto – comportarsi da grande, da adulto, e mettere in conto che un pensiero politico non si costruisce solo con un congresso e una nuova leadership, ma con uno sforzo di analisi e di studio che può tranquillamente durare molto più di una legislatura.

Perché soltanto con un pensiero politico alto, duraturo, di largo respiro e di lunga durata, si può pensare di ricostruire qualcosa di solido in un panorama politico ormai liquido oltre misura.

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