L’esodo infinito

 In POLITICA
Negli stessi momenti nei quali sono in procinto di attraversare il mio sud, per rientrare nella mia terra per qualche giorno, provo un profondo senso di vergogna. Il perché è semplice. Guardate in alto il motto di questo blog: Riflessioni e racconti, fotografie e viaggi di un emigrante del Terzo Millennio. Già, emigrante: tale un po’ mi sento in un certo senso. Sono partito dalla Sicilia venti anni fa e alla fine fuori dalla mia terra ci sono rimasto, pur sentendomi – ve lo assicuro – ogni giorno che passa come una sorta di lenzuolo steso fra i piloni di Torre Faro e San Trada, tirato da una parte dalla mia Isola, con tutto il carico emotivo e sentimentale che porta con sé, e dall’altra dal Continente, con tutta la stabilità – e le comode abitudini – che la vita quotidiana ci propone.

È che questa parola “emigrante” oggi la trovo difficile da sopportare, perché in questi giorni di Pasqua non si può rimanere indifferenti di fronte alle immagini che quotidianamente arrivano da terre così vicine a quelle nelle quali le vicende che noi ricordiamo in questi giorni si svolsero, immagini che ridimensionano e ridicolizzano qualunque espressione ardita che possa accostarsi al termine migrazione. Osservare le fotografie che freelance e agenzie spediscono dalla Siria, soprattutto quelle raccolte e messe a disposizione dei media da parte dell’UNICEF, è un vero pugno nello stomaco e ti fa comprendere che ancora una volta, anche per quest’anno, il passaggio dalla morte alla vita, dalla nuova schiavitù d’Egitto alla felicità della Terra Promessa, per la stragrande moltitudine delle popolazioni coinvolte nelle varie guerre sparse nel mondo è sempre rinviato.

Siamo ancora una volta di fronte alla sconfitta del genere umano, al suo eterno immobilismo di fronte ai deboli, agli ultimi, incapace di far tesoro di secoli di esperienze belliche e rimuovere alla radice la soluzione armata come l’unico metodo per la risoluzione di qualunque controversia. A farne le spese sono soprattutto i bambini, come l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia non manca mai di mostrare, sperando che un po’ di sollecitudine umanitaria – di fronte alle immagini di bambini persino trasportati in valigie – possa scaturire nei cuori di coloro che hanno il compito di dirigere le nazioni.

Di nuovo, mentre i bambini della nostra opulenta società occidentale, saranno impegnati domenica mattina nella caccia alle loro uova di cioccolato, a poco più di mille miglia nautiche dalla mia Catania, i loro coetanei continueranno a schivare mine, bombe e mitragliatori. Quelli più fortunati saranno raccattati dai loro disperati genitori e si metteranno in marcia alla ricerca di una loro Terra Promessa, confidando di trovare un loro Mosè in grado di far aprire per loro le acque del Mediterraneo e portarli dove potranno giocare con pupazzetti e libri, anziché con kalashnikov e granate, e dove potranno vivere in alloggi decenti e non fra macerie e olezzi di morte. Ed è questa la cosa più inaccettabile fra tutte le conseguenze dei conflitti: che a fare le spese degli egoismi di noi adulti, grandi e vaccinati, sempre pronti a menarci per qualunque sciocchezza, siano loro, i più inermi, coloro che dovrebbero essere fine ultimo dell’esistenza di ciascuno di noi, rappresentando il futuro delle nostre società e del nostro pianeta.

Nell’augurare quindi a tutti i lettori di questo blog di trascorrere delle serene festività pasquali, spero di cuore che i bambini delle aree più martoriate, che in queste ore sono in marcia per il loro esodo, raggiungano presto la loro Terra Promessa e possano abitare il mondo alla stessa stregua di come fortunatamente vivono i nostri figli, fra cioccolata e sorrisi, com’è sacrosanto e giusto per loro.

 

Immagine di copertina: © UNICEF/UN0185401/Sanadiki

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