Stare insieme per stare meglio

 In SPORT
Qualche giorno fa su Repubblica, in doppia pagina e in apertura della sezione sportiva, è apparsa una bellissima intervista a Federica Pellegrini firmata da Gianni Mura, principe dei giornalisti sportivi del quotidiano di Largo Fochetti. Una bella chiacchierata fra un mostro sacro della carta stampata, penna sagace e malinconica che chiunque ami lo sport dovrebbe seguire nelle sue cronache calcistiche e ciclistiche, e la Divina, la donna che ha abbattuto ogni barriera sportiva, rendendo il nuoto femminile italiano competitivo non soltanto a livello mondiale ma soprattutto a livello sociale perché ha reso donne e uomini in costume realmente pari, fino al massimo riconoscimento per uno sportivo, quello cioè di poter portare la bandiera tricolore ai Giochi Olimpici (Federica è stata la nostra portabandiera a Rio 2016).

In quelle due pagine dense di progetti futuri, sportivi e necessariamente non legati allo sport professionale visti i quasi trent’anni della Pellegrini, mi ha colpito una bellissima frase che la nostra più celebrata nuotatrice ha pronunciato. Nel parlare del rapporto con il grandissimo Castagnetti, l’allenatore che la portò in cima al mondo e che prematuramente scomparve quasi dieci anni fa, Federica sottolineava come l’allora CT della Nazionale di nuoto fosse stato capace di creare gruppo e squadra fra quei grandissimi atleti, tutti con la loro forte personalità e le loro intense peculiarità caratteriali.

«E guardi» – seguitava la Divina nel parlare con Mura – «che sentirsi squadra in uno sport individuale è molto più difficile che in uno sport di squadra».

Mi sono tornate in mente queste parole di Federica stanotte, mentre faticavo a prendere sonno dopo una domenica sportiva straordinariamente intensa, cominciata per me tra le vie di Roma con la “maratonina” della capitale insieme alla classe di mia figlia e terminata con un meeting di nuoto ad alta adrenalina a Pomezia, con un ottovolante di emozioni, passando dalla disperazione per una rottura di occhialetti che ha compromesso la mia prima gara (e l’umore nerissimo nella seconda) all’euforia per la nostra staffetta.

Contando le pecorelle che vi assicuro non terminavano mai, ripensavo a quante volte mi sia sentito rivolgere la domanda “ma non ti annoi a praticare nuoto, facendo avanti e indietro chissà quante volte?” perché è evidente che chi formula una domanda simile non si è mai buttato in vasca seriamente insieme a un gruppo di persone con le quali si divide qualcosa che è invece – vi assicuro – indescrivibile. Ci si ritrova per quattro volte alla settimana immersi nell’acqua, il collo ormai leggermente arcuato verso sinistra per guardare la lancetta dell’inseparabile compagno di avventure, il cronometro, e con l’orecchio ormai teso alla voce potente del nostro coach che intima “prepararsi” e guai a te se impreparato ti fai trovare!

Quello che a un esterno appare uno sport individuale, perché ovviamente sei tu contro il tempo in una gara, è in realtà uno degli sport di squadra più belli che ci possano essere: lavori e soffri insieme ai tuoi compagni, ti confronti con loro, ti confortano loro quando qualcosa non va per il verso giusto, litighi con loro per una virata in faccia non proprio sportiva, un tocco ai piedi non proprio gradevole, un sorpasso spericolato che ti fa saltare i nervi, magari tesi per mille altre ragioni e che poi trovi il modo di sfogare con loro che condividono con te quelle fatiche piene di palette, laccio e bombolo!

E riesci a fare tutto ciò perché quella che per molti è una corsia dove si allenano una decina di clienti di un centro sportivo è invece per noi una comunità di persone, di amici, che hanno piacere a stare insieme e ad appassionarsi al lavoro che svolgono in vasca (sì, lavoro, lo chiamiamo così perché in quelle sei ore settimanali ci comportiamo da veri professionisti!).

Ho il grandissimo privilegio di essere il capitano di una squadra di nuoto masters, l’Athlon Roma, che ho avuto il piacere di fondare insieme ad alcuni atleti e che oggi, dopo quattro anni, è diventata una bellissima comunità di sportivi, di donne e di uomini, giovani e meno giovani, che si fanno in quattro gli uni per gli altri, si incoraggiano, si spronano, si consolano. Ho il grande onore di capeggiare un gruppo di atleti che mette nel proprio lavoro in vasca tutto l’entusiasmo e la voglia di fare che il nostro allenatore ci chiede, faticando non poco per spostare giorno dopo giorno il proprio limite un po’ più in là, soffrendo davanti alle inevitabili delusioni che lo sport ci sbatte in faccia e urlando di gioia quando invece si riescono a ottenere risultati significativi, come avvenuto ieri a Pomezia con un buon numero di medaglie e coppe, un primato stagionale nazionale di categoria e la prima vittoria in staffetta che per chi come me, una mezza schiappa alto come un tappo e con ormai qualche capello grigio in testa, è equivalente a una vittoria mondiale!

E allora alla fine di quella giornata, mentre le pecorelle stanno per esaurirsi e finalmente anche le tue palpebre decidono di accomiatarsi dal mondo e lasciarsi trasportare fra le braccia di Morfeo, capisci che quel miracolo che Federica Pellegrini accreditava al compianto Castagnetti da noi si è verificato in pieno e che siamo veramente fortunati: siamo riusciti a trasformare uno sport individuale in uno sport di squadra e per chi come me è chlorine addicted, dipendente dal cloro, è il massimo che un atleta possa chiedere, garanzia di non voler smettere mai di faticare e di stare tutti insieme.

 

p.s. In alto le nostre due MiStaffette miste: quella Master 160-199 che ha ottenuto il primo posto di categoria nel meeting di Pomezia e quella Under 25 che ha dominato la batteria e ottenendo uno dei primi cinque tempi assoluti, pur gareggiando fuori gara per il regolamento FIN.

 

photo credit: cover picture by  Alice Nucara

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