Si fa presto a dire sport

 In SPORT
Carlotta Gilli è una ragazza di 17 anni, frequenta il quarto anno del liceo scientifico e pratica il nuoto come sport. Ha appena vinto gli assoluti italiani nella categoria juniores e racconta alla Gazzetta dello Sport che la sua più grande emozione è stata gareggiare in corsia accanto a Federica Pellegrini e Ilaria Bianchi. C’è un particolare però: Carlotta è ipovedente (soffre della sindrome di Stargardt, una malattia su base genetica) tanto da poter gareggiare anche nella categoria dei disabili (oltre a quella del salvamento!). Solo che lei gli allenamenti delle categorie più “disagiate” li trova evidentemente troppo leggeri e quindi continua ad allenarsi nel circuito della Federnuoto, fra i normodotati, e continua a ottenere risultati ragguardevoli, nonostante non veda bene.

La storia di questa ragazza mi ha sollevato il morale dopo la giornata di ieri nella quale un post sul mio profilo privato Facebook ha scatenato un acceso confronto fra tifoserie:

Mi sono beccato persino dell’anti-italiano soltanto perché sostenevo (e sostengo ancora) che il difensore della Juventus Benatia avesse commesso fallo e l’arbitro avesse fatto bene a fischiare il rigore al Real Madrid, e mi pare di essere stato persino in ottima compagnia, visto che anche Alessandro Del Piero – ripeto Alex Del Piero! – abbia sostenuto la stessa tesi.

Apriti cielo!

Il punto è che la discussione è immediatamente slittata sull’opportunità o meno di fischiare un rigore al 93° di un quarto di finale di Champions’ League e sono state difese le posizioni di Buffon e della dirigenza bianconera che incredibilmente ha adoperato le stesse argomentazioni che in Italia contesta!

Ora da malato di sport quale sono, io so bene che il calcio in Italia è importantissimo e ai tempi d’oro del campionato italiano, quando oltre ai divani anche gli stadi erano pieni perché ammirare dal vivo Platini, Conti, Falcao, Maradona o Van Basten non era la stessa cosa di guardarli in TV, il nostro gioco nazionale era considerato la decima industria del Paese. C’è un però grande quanto una casa: è pur sempre uno sport, un gioco, e come tale dipende dalle regole e non dalle libere interpretazioni che ciascuno di noi possa dare o meno sull’onda dell’emotività.

E fra tali regole c’è la presenza di questo signore che una volta era vestito di nero, coadiuvato da ormai non so più quanti assistenti, di linea, di porta, di moviola, di tutto! E lui – come amabilmente chiacchieravo con un amico al telefono ieri pomeriggio – fa parte del gioco: può indovinare una scelta, può sbagliarla. Esattamente come Bobo Vieri che manda su Saturno il gol del possibile passaggio ai quarti in Corea nel 2002! Come Roberto Baggio – sto parlando di quello che forse è stato il più grande talento calcistico che l’Italia abbia espresso – sfiorare il palo di Barthez allo Stade de France nel 1998! Come er Pupone de Roma, Francesco Totti, che realizza un rigore molto più dubbio (Grosso si tuffò, rigore inesistente!) di quello fischiato al Real e ci porta ai quarti di finale in Germania, senza che nessun australiano abbia parlato di “bidone della spazzatura al posto del cuore” relativamente al signor Luis Medina Cantalejo, l’arbitro spagnolo di quella partita.

Quello che non accade però in altri sport, molto meno mediatici e “industriali” del pallone, sono le reazioni assolutamente smodate del capitano bianconero e azzurro sia sul campo che – soprattutto, ahimè – fuori dal campo.

Innanzi tutto perché tu sei il Capitano e scusate molto la demagogia ma la responsabilità che si porta quando si rappresenta una squadra la si deve onorare sempre e quando capita di sbagliare lo si ammette e si chiede scusa, innanzi tutto ai tuoi compagni! Invece Gigi Buffon, il più forte portiere della storia del calcio (altro che Jašin!), non è riuscito a comprendere che andare davanti alle telecamere con quello stato di rabbia e con quel quantitativo eccessivo di bile da vomitare in mondovisione è stato il peggior servizio che potesse fare ai più giovani, ai ragazzini, ai genitori che ogni settimana affollano i campi di periferia e si sentiranno autorizzati a insultare avversari e arbitri, tifosi e guardalinee. Se il più grande, se il nostro Capitano usa un linguaggio del genere nel massimo contesto calcistico per club vuoi che a San Basilio, a Scampia, allo Zen, a San Cristoforo non si possa fare altrettanto?

Accanto al portierone azzurro ho avuto inoltre l’ardire di contestare il presidente bianconero Andrea Agnelli, uno che in Italia ha contestato la VAR (la moviola in campo, per quei pochi che non sanno di che si tratti) e adesso la pretende in Europa. Anche questo, non l’avessi mai fatto!

Apriti cielo bis!

Ma veramente siamo al punto che la tifoseria calcistica sia così obnubilata? Ho osato affermare che l’Agnelli in questione è indegno erede di Boniperti (per i più giovani: il più galantuomo presidente di società di calcio che si sia mai visto in Italia!) e dell’Avvocato, e sento di poterlo giudicare perché quando la Juventus ha vinto il suo 28° scudetto, la società bianconera guidata da lui ha cominciato una stucchevole polemica sulle tre stelle, inserendo persino la scritta “trenta sul campo” sulle magliette, come a sottolineare che la vicenda di Calciopoli fosse stato tutto un complotto contro di loro, mentre ci sono decine di sentenze, penali e sportive, che sanciscono che l’allora dirigenza juventina, capitanata da Moggi e Giraudo, ha condizionato i campionati del 2005 e del 2006. Come se le regole – ancora una volta le regole! – siano in qualche modo malleabili a seconda della convenienza: d’altronde – lo afferma Buffon – l’arbitro di mercoledì avrebbe dovuto mostrare “sensibilità” per il fatto che la Juventus avesse fatto una grande partita …

Mi è mancato moltissimo Sacchi, non so se l’abbiano intervistato: la cosa che il grande Arrigo avrebbe posto in risalto, lui che comunque si macchiò insieme al mio Milan dell’onta di Marsiglia, è che nello sport conta anche la qualità della prestazione. Invece la partita di mercoledì la ricorderemo più per l’episodio del 93′ minuto anziché per l’impressionante vittoria al Bernabeu dei bianconeri.

Sono andato quindi a letto ieri sera scoprendo di essere poco obiettivo, anti italiano e persino fazioso …

Poi per fortuna stamattina, aprendo i vari feed di nuoto che seguo, ho scoperto la storia bellissima di Carlotta e allora ho capito di essere molto fortunato nella vita: pratico uno sport meraviglioso, faticoso, pesante e talvolta snervante. Il tuo unico giudice è un oggetto chiamato cronometro e sei tu contro di lui, ogni volta che senti «Take your marks» sul blocco di partenza. Sono fortunato perché capitano di una squadra meravigliosa, coesa e piena di grande entusiasmo come vi ho raccontato in un questo post precedente.

E sono fortunato infine perché faccio parte della stessa famiglia sportiva che esprime Luca Dotto, uno che non le manda certo a dire al più importante quotidiano sportivo italiano;

Federica Pellegrini, una che ha vinto tutto e ancora oggi a trenta anni si mette in gioco; Carlotta Gilli, una che potrebbe avere tutte le ragioni del mondo per avercela con l’intero pianeta ma che invece si sbatte sei chilometri al giorno pur di ottenere i risultati che si prefigge.

Sarà pure un’industria il calcio, si dovrà pure gestire come uno show business, ma per favore almeno evitateci la retorica di parlare di sport.

Perché lo sport è altro.

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