Beati i ventenni di oggi

 In LIFE, POLITICA
Vi confesso che venerdì pomeriggio ho provato sincera invidia per i ventenni di oggi. «Bella forza!» – direte voi – «Tu sei a metà del cammino su questa terra e loro praticamente hanno tutta la vita davanti, sono pieni di energie, di ormoni e di voglia di fare, mentre tu ti guardi allo specchio e ogni mattina osservi la canizie che comincia ad affacciarsi sulla testa e in viso e le rughe che ogni santa giorno ti ricordano il tempo che passa, mentre ripensi all’affaticamento che provi – nonostante uno stato di forma ottimale – dopo ogni allenamento in vasca, e loro che continuano a chiacchierare!».

Ma non è per quello che li invidio: certo, accettare la mezza età non è semplice e porta con sé complesse reazioni. No, l’invidia è per altro: risiede nel fatto che i ventenni di oggi, specialmente i miei conterranei, hanno davanti sì una classe dirigente inadeguata per le sfide che attendono il Paese, ma tutto sommato vivono in un’era che sarà pur difficile ma non porta con sé il dramma di ciò che noi vivevamo oltre venticinque anni fa.

La sentenza della Corte di Assise di Palermo, relativamente al processo sulla cosiddetta trattativa fra lo Stato e la Mafia, ha fatto ripiombare noi ventenni di allora, in un periodo assai buio per la nostra democrazia: ha ricordato a noi siciliani che mentre la parte sana del nostro popolo esponeva lenzuola bianche fuori dai balconi delle nostre città, mentre ci stringevamo attorno a ciò che restava dei servitori dello stato, dopo che i loro colleghi, poliziotti e magistrati, venivano falcidiati uno dopo l’altro da Cosa Nostra, qualcun altro – sempre dello Stato ma non proprio così servitore – aveva invece deciso che con quel tipo di mafia andasse trovato un accordo, intavolando una trattativa e cercando un compromesso.

Noi ventenni di allora ricordiamo le nostre città protette dai nostri militari, che erano lì per poter liberare le risorse alla polizia e ai carabinieri da poter impiegare nella lotta alla mafia. E mentre i nostri soldati rischiavano la vita per proteggere i più esposti c’era chi invece negoziava con Riina, Provenzano e gli altri capi di Cosa Nostra, ma non la loro resa incondizionata, bensì la fine di una strategia criminale che aveva sposato ormai un approccio stragista per minacciare direttamente lo Stato.

Mentre noi ventenni piangevamo Falcone con sua moglie, Borsellino e tutti gli agenti delle due scorte saltati in aria nel giro di meno di due mesi;  mentre noi ventenni sentivamo la pulsione della chiamata civile, partecipando a dibattiti, campagne elettorali, passioni etico-civiche per liberarci dalla piovra che ha devastato e continua a devastare il nostro Meridione e il nostro Paese, c’era chi invece pensava di trovare una soluzione diplomatica con Cosa Nostra, come se la guerra in atto con la mafia fosse una guerra convenzionale fra stati e non fosse piuttosto dovere etico e morale dello Stato ribellarsi al giogo di sottomissione al quale la criminalità organizzata sottoponeva larga parte del territorio nazionale.

Ho atteso tre giorni prima di scrivere questo pezzo perché non riuscivo a comprendere bene cosa stessi provando davanti alla Corte d’Assise di Palermo, con i giudici togati e popolari che esprimevano una sentenza “in nome del popolo italiano”. Ho capito oggi, lunedì 23 aprile due giorni prima dell’Anniversario della Liberazione dal Nazi-fascismo, cosa stessi sentendo dentro l’animo: tristezza e amarezza. La prima, per i familiari di tutte le vittime della criminalità organizzata che hanno chiesto giustizia e trovano adesso una verità giudiziaria che li avrà sicuramente fatti soffrire indicibilmente; amarezza, perché quei venti anni, con le immagini dell’autostrada a Capaci devastata per far fuori Giovanni Falcone, saranno ricordati sempre come molto meno spensierati di quello che sarebbero dovuti essere, ché li avremmo meritati così anche noi.

Noi, che in molti siamo stati costretti a fuggire via dalle nostre terre, e a cercare fortuna altrove, non soltanto perché c’era la mafia ma – adesso lo sappiamo con una sentenza – perché c’era una parte dello Stato che trattava con Cosa Nostra.

Imperdonabile.

 

p.s. la foto che vedete è stata scattata lo scorso 3 aprile sul traghetto che da Messina porta a Villa San Giovanni. Ogni volta, il pathos che si prova è il medesimo: tornare in Continente e lasciare un pezzo di sé sull’isola, quella che ti richiama sempre, come in Lost.

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