Riposo Sociale

 In MEDIA
L a goccia che mi ha fatto traboccare il vaso – ormai evidentemente troppo colmo – è stata la mole di insulti sui social che sono piovuti su Sergio Marchionne alla notizia delle sue irreversibili condizioni di salute. Negli ultimi mesi, complice anche la super attività del ministro Salvini, culminata con il suo celebre hashtag #chiudiamoiporti, la mia presenza sui social network è stata nuovamente intensa, specialmente su Facebook (Saviano ha ragione, non possiamo lasciare al leader della Lega la prateria della disinformazione).

Sono trascorsi più di 10 anni da quando un’amica argentina mi invitò a far parte delle reti sociali dell’uccellino blu e del pollicione. Nel corso di questi anni il mio rapporto con le reti sociali è stato altalenante: molto presente e con molti contenuti privati all’inizio, dopo un periodo di riflessione per comprendere meglio come separare pubblico e privato, poi di nuovo molti contenuti – soprattutto pubblici – negli ultimi anni. D’altronde è indubbio che chiunque operi nel mondo dei media, scriva libri, fotografi, ha l’assoluta necessità di far parte di questo mondo che ci restituisce un’audience vasta da poter raggiungere attraverso la pubblicità. E sarebbe un suicidio non farne parte, visto che da reti nate per la condivisione (e per rimorchiare ragazze, come il film The Social Network racconta!) sono diventati a tutti gli effetti dei media, dei mezzi di comunicazione.

Tuttavia periodicamente arriva un momento nel quale provo saturazione e questo è uno di quelli: non ne posso più del male e dell’odio che trasudano attraverso i social network, da chi si augura che anneghino in mare bambini, che hanno l’unico torto di essere nati con il colore sbagliato della pelle o sul lato sfigato del Mediterraneo, a chi anziché interrogarsi sulla complessa eredità (sia positiva che negativa) che un manager come Marchionne lascia a tutto il paese si lascia andare al più becero odio verso l’uomo, senza il minimo sforzo di comprendere la realtà che ci circonda.

Non sopporto più l’immediatezza comunicativa, il dover dichiarare sempre e comunque su tutto, avere un’opinione su ogni cosa e possibilmente spararla via nel più breve lasso di tempo: a scanso di equivoci, credo che la figura del manager italocanadese sia così complicata che un post su questo blog e 280 caratteri su twitter siano comunque insufficienti e il commento più intelligente forse l’ho letto da Maurizio Belpietro, il direttore de la Verità, che si è sottratto tanto alla beatificazione dell’ex AD FCA quanto al suo squallido massacro con lui ancora in vita su un letto d’ospedale.

Ciò che mi sembra evidente è che di fronte alla realtà complicata e complessa, gli utenti dei social network tendono a trovare la scorciatoia della risposta semplice, come se fosse una perdita di tempo la riflessione, il prendersi tutto il tempo necessario per capire e decidere. Stessa cosa in politica: i nuovi leader di partiti e movimenti sembrano come ossessionati di fornire all’opinione pubblica una risposta – alla complessità dei problemi che la società contemporanea vive oggigiorno – il più possibile immediata e semplice, come se non ci potessimo permettere il lusso del pensiero, della riflessione anche complessa e contraddittoria, di una risposta articolata che meriti ragionamenti e non impulsi.

Abbiamo perso il valore intrinseco delle parole che diventano sassi da lanciare contro qualcuno mentre dovrebbero servirci per comprendere la realtà che ci circonda. Abbiamo smarrito la lentezza, la noia, l’ozio. Noi adulti siamo tornati alla pre-adolescenza, annoiandoci se per cinque minuti non abbiamo un’attività da eseguire.

A questo punto sento l’urgenza, anzi la necessità per me stesso e per il mio lavoro creativo, di riprendere un po’ del mio tempo, quello che troppo spesso spendo sui social network a discutere e dibattere sull’attualità: lo farò anche per capire se l’informazione che fruiamo attraverso le reti sociali sia in realtà così alterata da farci percepire altro. Approfitterò di queste settimane di riposo sociale per leggere maggiormente i cosiddetti media mainstream, per ascoltare qualche notiziario e taluni programmi di approfondimento, senza seguire più hashtag e aggregatori di notizie. Voglio scoprire se attraverso i media tradizionali, siano essi di carta che digitali, si riesca a percepire un racconto meno urlato e più ragionato, se ci sia ancora spazio per la terza pagina, quella dove una volta sui quotidiani si ragionava di cultura.

E magari il tempo recuperato servirà a ritrovare la mia musa ispiratrice, la mia Πολυύμνια, che da alcuni mesi se ne sta nascosta da qualche parte in paziente attesa di rimettermi la penna in mano e lasciarmi scrivere come piace a me, con la mente libera di spaziare e di inventare. Confido sulla magia del mio studio catanese, che fra qualche settimana tornerò a vivere, per riprendere in mano gli appunti del mio secondo romanzo e una serie di progetti che stanno ancora ben ordinati sulla mia agenda e che non vedo l’ora che prendano il via.

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