Il passaggio

 In LIFE
La mia prima Pasqua acese, in prima media, fu uno shock. Ad Acireale e in buona parte della costa orientale siciliana, questi biscottoni che vedete qui in alto li chiamano “cudduri cu l’ova”, “cuddura” al singolare. A Catania città, invece,  li chiamiamo “aceddi cu l’ovu”, uccelli con l’uovo, roba che in italiano suona quasi volgare e di dubbio gusto.

Fu scioccante per me scoprire che esisteva anche questa differenza fra il dialetto acese e la lingua di Martoglio! Non bastava che mancasse la mia amatissima “r” in “pedi” (a Catania si pronuncia con la “r” e mi sembrava ridicolo il “pedi pedi” che sentivo ad Aci!) o che il mio nome di battesimo suonasse come se avesse una g “Vingenzo” (che in dialetto sembrava come una specie di burocratico “Vigenzu”). Non soltanto il verbo del provare paura a nemmeno quindici chilometri di distanza diveniva “spagnari” anziché “scantari” (e avevo già subito lo shock che a Mascalucia, dove sono cresciuto e dove ho la mia dimora catanese, a nemmeno 8 km dalla città, nessuno si “scantava” ma si “spagnava”, che poi mi chiedevo all’epoca che c’entrasse gli iberici …) oppure l’aggettivo possessivo in prima persona – che a Catania è inequivocabilmente “me” e deriva dal plurale francese “mes” – fosse declinato “mo” (forse che derivasse dal singolare francese “mon”?). Adesso pure la Santa Pasqua veniva a essere contaminata nella sua verità assoluta dei biscotti che da consumare a colazione! Manco dalla Sicilia ormai da tanto tempo e a differenza delle festività natalizie, quando cascasse il mondo intero io sto lì quindici giorni, durante le festività pasquali invece non sempre è possibile fare una scappata giù. Così non so se la mia lingua madre, il catanese, abbia introdotto e accettato anche il termine “cuddura” com’è capitato per altre espressioni che ho sentito durante la nostra festa patronale, ormai estesa anche a quelli che una volta noi chiamavamo un po’ a sfottò i “viddani”. In altre parti della mia isola li invece chiamano “pupi cu l’ovu” e oltre lo Stretto si suole definirli “cudduraci”. Sta di fatto che quest’anno non sono arrivate quelli da giù preparati da mia zia e quindi moglie e figlia mi hanno regalato il rispetto della tradizione catanese nella Pasqua, preparandoli domenica scorsa, la Domenica delle Palme.

E così siamo arrivati a Pasqua: la quarantena era iniziata alla fine dell’inverno e ci ritroviamo in piena primavera, chiusi in casa e sempre più addolorati dal conteggio delle vittime che implacabilmente ascoltiamo alle 18 di ogni giorno.

La più importante festa per i cristiani e per i loro fratelli maggiori ebrei, che celebra il passaggio dalla morte alla risurrezione per i primi e dalla schiavitù dell’Egitto dei Faraoni alla Terra Promessa per i secondi, è quest’anno altamente simbolica anche per noi che auspichiamo il passaggio assai più pratico dal lockdown totale alla tanto agognata fase 2 dell’epidemia.

È un’atmosfera surreale quella che si vive in una Roma che così silenziosa forse non l’ho mai vista durante questi due decenni vissuti qui: sembra agosto, per l’assenza di traffico, se non fosse che manca a distanza il vociare dei ragazzi al parco davanti casa e la musica da balera delle feste organizzate in un centro anziani sulla Nomentana dove arzilli vecchietti danzano sulle note di liscio e cha-cha-cha. Ieri mattina ero uscito molto presto per andare al mercato per le ultime spese: in fila ordinata (roba straordinaria per noi italiani) ho sentito una strana nostalgia, quella di desiderare un bar per un caffè. Un magone per un giornale letto in panchina, con quell’odore acre della carta stampata di prima mattina e con il fresco dell’aria ancora pungente di questo primo mese di primavera.

È una nostalgia particolare che non riuscivo a spiegare bene: poi ho compreso che forse ciò che si prova è in realtà il desiderio non proprio di “normalità”, parola a mio avviso assai abusata ultimamente. Cosa ci sia di normale nel correre dalla mattina alla sera, nello scaraventare i bambini davanti alle scuole, nello stare ore nel traffico, dieci e più ore in ufficio (solo per dimostrare che siamo “presenti” mentre adesso facciamo le stesse cose da casa e pure meglio!), nel vivere perennemente sotto pressione (con la conseguenza che l’ipertensione arteriosa è assai diffusa anche per quelli più giovani). Ciò del quale sentivo la mancanza era invece altro: la bellezza delle piccole cose. Quando vivevo nel quartiere Espero, a quattro chilometri da dove abito adesso e dove ho ambientato buona parte del mio romanzo, avevo un rito per il weekend: dopo aver preso il caffè la mattina, spesso presso un bar che oggigiorno per uno di quei strani giri della vita mi è diventato ancor più caro, acquistavo in edicola le mie copie di Repubblica e dell’Unità e mi sedevo a leggere in panchina. Niente di trascendentale, di adrenalinico: piccole cose che riempivano la mattinata. Sono cose che dai per scontato che puoi avere, che sai che sono sempre lì a portata di mano anche se poi le ignori sistematicamente preso dalla frenesia di “fare”.

C’è chi non vede l’ora di “ripartire” e di “riaprire”: vi confesso che un po’ io la temo la “ripartenza”. Cosa e soprattutto come vogliamo ripartire? Da dove avevamo lasciato? Era veramente tutto così fantastico, tutto così magnifico che non vediamo l’ora di riproporlo tale e quale?

Non è questa la sede adatta per analisi socio-politiche: per il momento resisto alla tentazione di scrivere qualcosa in merito. Troppo dolore c’è ancora fra le famiglie italiane sconvolte dall’epidemia per mettersi a polemizzare continuamente sulla fase della cosiddetta ricostruzione. E poi quella attiene alle scelte collettive mentre questo è invece un blog individuale. Da dove quindi voglio ripartire, mi sono chiesto. Sicuramente non da dove avevo lasciato perché questa epidemia ha sicuramente cambiato me e penso un po’ tutti. Credo che l’epidemia ci abbia messo davanti a una doppia fragilità: la prima, quella a livello individuale o familiare. Abbiamo compreso quanto le nostre vite siano veramente appese a un filo e come basti un fenomeno così infinitesimo come il salto di specie di un virus per sconvolgere la nostra intera esistenza, le nostre priorità, le nostre certezze, le nostre ataviche paure. La seconda fragilità, che si ripercuote intensamente sulla prima, è relativa al sistema economico e alla società che abbiamo costruito: in nemmeno un mese di lockdown abbiamo visto una crisi economica di proporzioni vertiginose, senza che nessuna bomba ci piovesse dall’alto, senza un attacco bellico estremistico, effetto di un terrorismo virale che stavolta è stato propinato proprio dalla natura.

E così mi chiedo e un po’ ci domandiamo penso tutti: come ripartiremo? La nostra quotidianità trarrà insegnamento da questi sessanta (e anche più) giorni di quarantena, di isolamento, di totale sconvolgimento delle nostre vite? Nei media, tradizionali e nuovi, si parla spesso del fatto che ne usciremo “migliori” da questa epidemia: io non so, non credo che il comparativo “migliore” sia il più appropriato. Migliore rispetto a cosa? Ai nostri comportamenti sociali? Ai nostri egoismi individuali? Valorizzeremo quei settori economici e sociali che abbiamo scoperto altamente penalizzati dalle politiche del passato e che adesso abbiamo scoperto quanto fossero importanti per la nostra vita?

Non saprei. Personalmente credo che procederò a piccoli passi: comincerò a non ritardare più una telefonata, una videocall, una chat, se ho voglia di sentire qualcuno. Comincerò a rallentare un po’ quella frenesia che ogni giorno ci portiamo dietro. Inizierò ogni giornata elencando quali siano le vere priorità da mettere in fila e da espletare nel corso della settimana, senza far drammi e senza sensi di colpa se non ci si arriverà.

Allora è questo l’augurio pasquale per questa Domenica di Resurrezione per me e per tutti i miei lettori: che sia un passaggio verso un nuovo e rinnovato vivere, verso un futuro da ridisegnare, ascoltando se stessi ancor di più di quanto non si abbia finora fatto e facendo tesoro delle fragilità che abbiamo scoperto nel corso di questi due mesi.

Buona Pasqua!

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