L’anno perduto

 In LIFE, SCUOLA
Oltre la parete della mia cucina si sente un gran vociare: siamo soltanto in tre in casa, ma la mattina sembra di stare in mezzo alla folla. Almeno all’inizio, fino a quando lei decide finalmente di abbassare il volume del suo iMac oppure di mettere – tanto per cambiare – le cuffie. Cambiano infatti gli strumenti tecnologici, si passa dal walkman all’iPod, dall’iPod agli iPhone, ma un quasi adolescente si trova sempre con le orecchie “protette”. La sfotto dicendole che dopo “Gli sdraiati” di Michele Serra, scriverò un libro dal titolo “I cuffiati”.

Il brusio che arriva dalla sua stanza è però simpatico: sono voci allegre di ragazzi che vorrebbero stare insieme e che questa maledetta malattia del 2020 costringe invece a stare separati. Alcune mattine si sentono i loro insegnanti spiegare ciò che avrebbero sicuramente preferito fare in presenza, dentro quelle aule che rappresentano oggi un pericolo e che piuttosto rappresentano il primo luogo di aggregazione dei nostri figli. Mi trovo a riflettere su quest’anno scolastico che ormai va verso la conclusione ripensando a una discussione accesa su twitter dalla cronista di Repubblica Annalisa Cuzzocrea e sul fatto che lei sostiene – e io sono d’accordo – che questa seconda parte di anno scolastico si possa tranquillamente ritenere perduta da parte dei nostri ragazzi e dei loro docenti.

Magari non sarà stato per tutti così, probabilmente alcuni avranno avuto una certa continuità didattica ma sta di fatto che le cose sono state assai complicate proprio perché la scuola – non meno di noi tutti – era fortemente impreparata ad affrontare un problema così epocale. Parlo con i numeri in mano e ovviamente mi riferisco alla sola esperienza di mia figlia, prima media in una scuola di un buon quartiere di Roma. È a casa dal 5 marzo e finora le lezioni frontali che ha ricevuto si contano forse sulle dita della mano. La piattaforma che veniva adoperata fino ad allora era totalmente inappropriata alla didattica a distanza: concepita per integrare quella in presenza ha manifestato subito i propri limiti. Mi metto il cappello da ingegnere, come amano dire i project manager, e decido di scrivere alla preside: c’è persino un obsoleto limite di 2 MB per file da caricare che rende la collaborazione richiesta alle famiglie un lavoro a tutti gli effetti, se vuoi fare le cose per bene, scansionando i compiti, catalogandoli, dando un po’ di ordine a quello che comunque non dovrebbe essere il tuo mestiere e che improvvisamente in questo stranissima primavera si somma al tuo.

Ne parlo con gli altri genitori nella chat di gruppo che abbiamo: confesso che a volte la tentazione di mollarla è tanta e invidio mia moglie che ha preferito non esserci (vista anche l’esperienza traumatizzante alle elementari). Mi rendo conto che mentre noi cerchiamo di far sì che Elisa lavori il più possibile da sola, ci sono altri “colleghi” che continuano a perpetrare quel ruolo di punto di accumulazione di tutte le informazioni che era assai dirimente durante il precedente ciclo scolastico, con la differenza che ormai questi bambini non sono più e che hanno quasi tutti un telefonino e una o più chat di gruppo dove ottengono e più in fretta i risultati che noi genitori ogni volta proviamo a raggiungere.

I genitori mi danno mandato di scrivere alla preside e io scrivo: le manifesto le nostre preoccupazioni, le sottopongo il sito del Ministero dell’Istruzione dove sono elencati tutti i prodotti che i vari provider forniscono gratuitamente per le scuole, su tutti la suite di Big G che è forse la più completa. Vista la mia esperienza nel campo degli acquisti pubblici, mi metto a completa disposizione della scuola e della classe, qualora ci dovessero essere necessità di sperimentazioni, di test, di qualunque cosa possa far sì che i nostri ragazzi possano rivedere presto i loro professori. Scrivo questa mail la mattina del 18 marzo, 13 giorni dopo la chiusura delle scuole. La preside mi risponde nel pomeriggio rassicurandomi che la situazione è sotto controllo, che il team digitale della scuola sta lavorando per una soluzione e che c’è molta attenzione sia agli strumenti che alla privacy. Devo dire che la mail di risposta mi è sembrata assai politica e poco pratica, in un momento in cui francamente serviva “osare” maggiormente. So bene che molti ormai hanno il ricorso facile e che le denunce ai tribunali amministrativi e civili sono all’ordine del giorno, ma la situazione di eccezionalità che abbiamo vissuto (e continueremo a vivere chissà per quanto tempo) avrebbe a mio avviso necessitato più coraggio e meno freni da parte di chi si trovava a dover decidere. Sta di fatto che qualche giorno dopo, soltanto in base alla buona volontà di alcuni docenti, i ragazzi rivedono in faccia alcuni professori grazie ai meeting organizzati su Zoom (sessioni gratuite da 40 minuti), mentre finalmente la scuola sta raccogliendo tutte le adesioni necessarie per partire con la suite di Google. Ancora una volta la buona volontà del singolo. Trascorriamo quasi un mese facendo i salti mortali attraverso le varie piattaforme, fra problemi tecnici vari, attacchi ai server della piattaforma ufficiale, professori non proprio avvezzi con l’informatica, connessioni che cominciano a essere forse un po’ sature. Finalmente poco prima di Pasqua arriva l’ufficialità dell’avvio di Google Suite come piattaforma scolastica per la didattica a distanza e possiamo salutare Zoom e i suoi 40 minuti. In fin dei conti – pensiamo – c’è ancora maggio da sfruttare.

Peccato che non avevamo fatto i conti con l’altra parte del digital divide che spesso derubrichiamo alla presenza o meno della banda larga, che è una parte del problema. Certo chi come me ha a disposizione una buona fibra, può tranquillamente tenere in piede più connessioni video (le mie, quelle di mia moglie e le videolezioni di mia figlia) senza avere problemi. Nella mia rete domestica convivono tranquillamente 16 dispositivi e mi meraviglierei del contrario visto che qualunque router casalingo è in grado di gestire centinaia di indirizzi IP. Il problema allora non sta nella connessione bensì nella disponibilità degli strumenti. Il vero digital divide, oltre che naturalmente quello intellettuale che però viene compensato abbastanza velocemente dalla rapidità con la quale i nostri ragazzi imparano, consiste nel fornire ai docenti e agli studenti gli strumenti più adeguati, senza peraltro dover sgomitare con gli altri membri della propria famiglia. Noi siamo fortunati perché abbiamo a disposizione personal computer in sovrannumero, tablet (anche se ormai obsoleti) e telefoni: ma chi non ce li ha? E non mi riferisco soltanto agli studenti penso pure ai docenti. Se un’azienda fornisce a un lavoratore un notebook per lo smart working perché le scuole non dotano tutti i loro docenti della strumentazione che necessitano per poter lavorare anche da casa? O pensiamo che aver installato una LIM (roba già arretrata quando è stata concepita!) abbia assolto ai compiti di alfabetizzazione digitale delle nostre scuole? Forse che gli strumenti del mestiere dei docenti sono ancora soltanto gessetti, penne e matite? Il risultato è che la prima pianificazione che ci è stata mandata dai docenti parla di 9 ore di videolezioni programmate ogni settimana, contro le 30 previste in una settimana. Mancando sette settimane all’8 giugno si tratta soltanto di 63 ore complessive di lezioni frontali. Alcuni docenti li hanno soltanto “letti” e non visti; altri nemmeno quello.

Ma quanto finora scritto riassume soltanto i freddi dati numerici di una didattica a distanza che non è stata finora in grado di far fronte all’emergenza, quanto meno tamponando la falla che si è aperta nella nave in crociera di questo strano anno scolastico. Il resto – ed è la parte secondo me più importante – è che la scuola non è soltanto lezioni e compiti ma soprattutto aggregazione e ascensore sociale. L’istruzione è l’unico strumento che hanno i ragazzi meno abbienti di agganciare le possibilità che quelli più fortunati già possiedono perché nati all’interno di famiglie e di realtà sociali più benestanti: consente loro di potersi un domani costruire un futuro migliore, un percorso di crescita individuale. In alcune realtà la scuola è salvezza dalla strada, dalla rete della criminalità, dalle diseguaglianze che questo virus ha reso molto più divaricate di quanto non fossero in precedenza. Perché è facile restare a casa per quelli come noi, con la propria intimità, la propria stanza, i propri strumenti di lavoro e di studio. Più complicato e spesso impossibile è per coloro che invece devono praticamente tutto, dagli spazi per lavorare e studiare agli strumenti dei rispettivi mestieri.

Ecco che quindi sarà importante comprendere e valutare la ripartenza del prossimo anno scolastico, facendo ogni sforzo affinché le scuole possano riaprire in sicurezza e tornando ad essere quello strumento fondamentale dello stato sociale che esse sono chiamate ad essere. Non possiamo permetterci che dopo mezzo anno scolastico si perda anche l’altra metà perché non avremmo perso soltanto un insieme di argomenti e di nozioni. Avremmo perso – e in alcuni casi definitivamente – una fetta troppo importante dei nostri ragazzi, relegandoli alla periferia della nostra società e regalandoli alla criminalità organizzata.

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