La normalità

 In LIFE
Mi tormenta una parola da quando siamo in lockdown: normalità. È tutto un desiderarla, un invocarla, un sentirne la mancanza. Ma cos’è la normalità alla quale aspiriamo così tanto? Domenica ho ascoltato prima e dopo la recita del Regina Coeli del Papa una discussione interessante durante la trasmissione religiosa “A sua immagine”: intervistati dalla giornalista Lorena Bianchetti, c’erano un prelato della chiesa ambrosiana, credo il cancelliere dell’Arcidiocesi di Milano, e un sacerdote, cappellano di un carcere. Mentre il secondo si è soffermato sulla condizione carceraria (la componente della fede è strumento importante per il recupero dei detenuti), il primo ha invece posto l’accento sul tipo di modello sociale che abbiamo, anzi che avevamo fino a marzo, e che forse sarebbe il caso di provare a correggere. Stamattina durante la colazione guardavo i numeri della pandemia (li vedete in alto): sono impressionanti, soprattutto in Occidente. Eppure il Covid-19 è cominciato in Cina …

Probabilmente è abbastanza consueto che un’epidemia dovuta a un virus respiratorio si trasmetta maggiormente dove ci sono più scambi e interazioni fra le persone, ma è altrettanto vero che sia la città di Wuhan, epicentro iniziale dell’infezione, sia la provincia dello Hubei che l’ha per capitale, sono popolosissime (nell’area metropolitana della prima vivono circa 12 milioni di persone, mentre l’intera provincia – poco più di mezza Italia come superficie – ha un numero di cittadini confrontabili con il nostro paese). Quindi? La vera differenza che vedo fra l’epidemia cinese e quella dei paesi occidentali è il tipo di risposta: il lockdown della Cina è stato imperioso. Forse ritardato di qualche giorno (colpa grave del governo di Pechino), ma poderoso. Ovviamente non era minimamente immaginabile che da questa parte del mondo si potesse fare come in estremo oriente, visto che i cinesi sono oltre un miliardo e mezzo e per due mesi il resto della Repubblica Popolare ha lavorato praticamente per “alimentare” Wuhan (isolata da tutto, come Codogno per intenderci con dimensioni enormi!). Tuttavia anche se la popolazione è circa un quinto di quella cinese, gli Stati Uniti hanno una struttura organizzativa tale da poter sussidiare un’area maggiormente colpita. E allora perché? Cos’è successo?

Penso che molto si debba attribuire al nostro stile di vita e al nostro sentirci invincibili, a cominciare dal rapporto che abbiamo con la natura e con tutto ciò che ha a che fare con l’ambiente. Quante volte abbiamo ascoltato derubricare a bizzarre teorie o al più a discorsi da addetti ai lavori i discorsi sul riscaldamento globale, sui cambiamenti climatici in generale? Tutti noi quando abbiamo sentito che la Cina aveva “chiuso” siamo rimasti perplessi: che vuol dire chiudere tutto? Poi abbiamo scoperto che qualcosa anche noi la dovevamo chiudere e abbiamo forse compreso un po’ di quello che i cinesi stavano provando. Dico un po’ perché le statistiche ci dicono che sono tantissimi i lavoratori che hanno lavorato durante il lockdown anche in aziende che non erano impegnate nella filiera dei beni di pubblica utilità, grazie ai tanti troppi furbetti. Il punto è che quello che è accaduto nella bergamasca e nelle RSA grida vendetta e i responsabili di questo disastro sono sotto gli occhi di tutti.

Così quando sento parlare di “normalità” io mi chiedo: ma cos’è questa normalità di cui tutti parlano, quella per cui qualche giorno fa su Repubblica Paolo Rumiz si chiedeva se un giorno sarà in grado di tornarci? A ben vedere: siamo proprio certi che quella fosse la normalità che tanto agogniamo? Sia a livello individuale che sociale, è, la vita che abbiamo conosciuto prima del 21 febbraio, il prototipo di vita “normale”? Guardiamo agli Stati Uniti, se proprio non riusciamo a guardare in faccia la realtà della nostra regione più ricca, la Lombardia: per settimane, mentre gli scienziati imploravano la politica di osservare numeri e andamenti degli altri paesi, il governo federale (Trump) continuava a ridicolizzare l’epidemia, ad additare nemici esterni untori, scaricandosi la propria responsabilità. Certo, una volta iniziato poi il disastro Washington ha cominciato a finanziare pesantemente l’economia ma ciò è conseguenza della struttura federale degli States che – beati loro – possono contare su un livello sovrastatale che li tutela. Il punto è che non voglio assolutamente addentrarmi in discussioni sulla politica, non mi interessa. Ci sono troppi giornali che in questi giorni parlano di una ripartenza come se il mondo che abbiamo lasciato fosse veramente così meraviglioso. A me invece preme maggiormente osservare che le conseguenze dell’epidemia hanno portato alla luce tutta la polvere che per anni abbiamo messo sotto il tappeto: per tanto – troppo – tempo abbiamo considerato i servizi pubblici l’elemosina da elargire a chi non poteva permettersi i servizi erogati dai privati e a poco a poco abbiamo dirottato risorse pubbliche, cioè quelle raccolte attraverso le tasse (di chi le tasse le paga, s’intende!), verso gli equivalenti privati. Abbiamo creato un mercato del lavoro che ha divaricato le diseguaglianze, annientato l’ascensore sociale, impallinato moltissime potenzialità e tutto questo grazie a una scellerata politica improntata alla meritocrazia di facciata e alla raccomandazione della sostanza. Persino in questa crisi economica senza precedenti stiamo osservando che ci sono imprese che hanno veramente reagito in maniera eccellente (su Repubblica qualche giorno fa si raccontava di Foppapedretti) e altre che invece si sono mosse in barba a qualunque criterio di salvaguardia della salute pubblica, persino contro il buon senso. Eppure tutte prenderanno gli stessi incentivi, tutte avranno le medesime opportunità da parte dello Stato. È questa “meritocrazia”?

Tornando alla “normalità” collettiva è ormai sempre più richiesto l’intervento pubblico per salvare l’economia: in altre parole l’ennesimo vizio del capitalismo esasperato: massimizzare i profitti privati in epoca di vacche grasse e massimizzare i debiti pubblici quando le cose vanno male. Non ho alcuna competenza di settore per cui mi astengo da qualunque giudizio: dico solo che non mi fido di una classe industriale che si è comportata nella bergamasca come abbiamo visto. Penso che il capitalismo andrebbe ripensato nelle migliori delle ipotesi o guidato dallo Stato. Mi riprometto di leggere finalmente “Lo stato imprenditore”, il saggio di Marianna Mazzucato uscito qualche anno fa: voglio capire infatti se forse non abbiamo esagerato con privatizzazioni e liberalizzazioni, questa idolatria del dio mercato che poi alla prima vera prova dei fatti, dal dopoguerra in poi, è miseramente caduto come gli idoli degli Ebrei in attesa che Mosè venisse giù dal Sinai. Tutto quanto ho scritto finora riguarda però la “normalità collettiva”, quella cioè che noi consideriamo tale in seno alla società occidentale che viviamo.

Ciò che forse mi preoccupa maggiormente è il ritorno alla “normalità individuale” che mi sono reso conto di normale abbia veramente poco. Il modello di vita che abbiamo costruito è foriero di stress terribili: persino i nostri figli sono obbligati a seguire le follie di un mondo produttivo che schiaccia anche i bisogni primari. Prendiamo il sonno: è arcinoto che i bambini e i ragazzi abbiano bisogno di dormire per “crescere” e “accrescere” il loro bagaglio cognitivo. Eppure gli orari di noi adulti, così inflessibili e così ancora esageratamente il fulcro della retribuzione persino nei servizi del terziario, impattano drasticamente sui loro: le scuole dell’infanzia continuano a mantenere la flessibilità dell’ingresso fino alle 9 del mattino, la primaria alle 8:30 ma è dalla secondaria in poi che tutto mi sembra assurdo. Cominciare le lezioni alle 8 del mattino, né più né meno come un adulto universitario, obbliga i nostri ragazzi ad orari assurdi. Salvo chi ha la pessima abitudine di saltare la colazione o farla di corsa (che forse è persino peggio!), i nostri figli sono costretti ad alzarsi alle 7 per riuscire ad arrivare in tempo alla prima ora di lezione. E questo per molti a nemmeno 11 anni compiuti. Voi direte: l’abbiamo fatto praticamente tutti. Certo, lo so bene. Per tutti gli otto anni della scuola secondaria ho viaggiato con papà, con i suoi ritmi. E anche se le lezioni cominciavano alle 8:30 (c’era anche il sabato) noi dovevamo comunque far sì che papà arrivasse in ufficio in orario. E i miei compagni di classe “pendolari”, quelli che arrivavano sui banchi dai paesi etnei o dalla Riviera dei Ciclopi, erano costretti a levatacce incredibili. Mi racconta mia moglie che a Spoleto lei aveva come compagne di classe ragazze che venivano da Norcia e da Cascia e chi ha fatto quelle strade per arrivarci sa bene cosa significhi spostarsi in pieno inverno e con le strade che non sono la Valnerina di oggi. Insomma tutto quel mondo che noi consideriamo normale, dove veniamo pagati per stare otto ore in ufficio, in una determinata fascia oraria della giornata, a me non sembra proprio così normale. Durante questa quarantena ho trovato molto salutare potermi occupare del pranzo delle mie due ragazze, di poter aiutare mia figlia con i problemi tecnologici della didattica a distanza, di poter dormire anche un’ora in più visto che non avevo l’incubo di Ponte Tazio, il collo di bottiglia per noi che abitiamo intorno alla Nomentana.

Non sto qui a discutere sul fatto che certo la crisi economica derivante dal Covid 19 l’abbiamo pagata tantissimo anche noi, visto che il lavoro precario di mia moglie è stato falcidiato in questi due mesi: le crisi economiche ci saranno sempre e la risposta ad esse è personalmente il metro del giudizio politico. Sono invece molto più interessato all’aspetto psicologico, al nostro rapporto con il mondo che ci circonda e su ciò che consideriamo normale. Prima della quarantena una delle cose che mi piaceva ogni tanto fare era prendermi un giorno di vacanza in mezzo alla settimana: tipicamente lo facevo (e lo continuerò a fare) per il mio compleanno e anche quest’anno a febbraio l’ho fatto. Mi piace andare in giro per Roma e vedere com’è la città nelle ore nelle quali io non posso quasi mai vederla. È una città meravigliosa, molto più che nel fine settimana quando ci riversiamo quasi tutti ai Fori o dentro i grandi parchi per far sfogare i nostri figli sui viali di Villa Borghese o lungo i sentieri di Villa Ada. È quindi normale che noi non abbiamo la possibilità di vivere a pieno le nostre realtà, schiavi come siamo del modello di produzione e di produttività vecchio di oltre un secolo?

Ovviamente non ho una ricetta valida per tutti, sono soltanto un piccolo blogger di mezza età che prova a riflettere ad alta voce sul significato di un concetto – la normalità – e prova ad applicarlo alla propria esistenza. E sono giunto alla conclusione che veramente ben poco della mia vita pre quarantena fosse pienamente normale. Dalla modalità di comunicazione che ormai tutti noi abbiamo, mediata sempre di più da App, emoji e da scambi asincroni (quali chat, sms ed email), fuggendo il più possibile dalla voce (ah, che nostalgia delle vecchie telefonate di una volta!), alla quotidianità di una vita vissuta a ritmi a volte insostenibili ma che continuiamo a ritenere normali senza accorgerci di quanta adrenalina in più scaricano nel nostro organismo, senza che ci si consenta di assaporare quelle piccole cose della vita, dal caffè del primo mattino con gli uccellini che cinguettano a un piatto gustoso da presentare alla tua famiglia (anche io che odio cucinare).

Ecco, lunedì prossimo comincia questa benedetta/maledetta fase 2: a me personalmente cambierà pochissimo, dovendo fortunatamente stare a casa per lavorare e avendo i miei “congiunti” a troppi chilometri di distanza per raggiungerli a piedi e vederli senza contatto fisico (provateci voi a non spupazzarvi una bellissima nipotina di 8 anni! Io non ci riesco!). Ma vi assicuro che ce la metterò tutta per cambiarla la “normalità” che c’era prima e costruirne una nuova, basata maggiormente sul rispetto di tempi umani e sociali che ci consentono di vivere quest’unica esperienza umana che abbiamo senza rimpianti e possibilmente con il numero minimo di rimorsi possibile!

p.s. questo blog sta per finire la sua quarantena e passare anche lui alla fase 2. Significa che il mio diario sarà aggiornato più di rado, anche perché negli ultimi venti giorni la mia musa è tornata a bussare e le ho aperto la porta. Mi sta parlando, lo sento, ma a volte il volume è troppo basso e quindi serve che io presti maggior attenzione a cosa mi stia suggerendo di scrivere. E anche questo voglio che faccia parte della mia nuova normalità.

[l’immagine in alto è tratta dalla dashboard dell’OMS aggiornata a oggi 30 aprile 2020 alle ore 9:00 – ora di Roma]

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