Cosa resterà della pandemia del terzo millennio

 In LIFE, POLITICA
S ono trascorsi poco più di due mesi da quando ho ripreso a scrivere su questo blog: indossavamo ancora maglioni e giacconi e adesso sto in pantaloncini e maglietta per provare a ragionare su cosa rimane di questa quarantena. Poco più di 70 giorni nei quali abbiamo veramente vissuto qualcosa di incredibile, di straordinario nel senso etimologico del termine.

Ho provato a elencare le cose che mi rimarranno più impresse alla fine di questo periodo, alcune negative e altre invece positive. Tra quelle con il segno meno che mi porterò dietro:

  1. La superficialità e l’irresponsabilità della classe dirigente (politica e industriale) della regione più ricca d’Italia, la Lombardia, che hanno contribuito al compimento della strage di anziani e agli enormi e drammatici numeri di decessi e malati nella nostra cosiddetta “locomotiva” (costituiscono la metà circa dell’intero prezzo pagato dal Paese al Covid-19). Ne renderanno conto al loro elettorato alle prossime elezioni amministrative.
  2. La supponenza con la quale molte persone, specialmente senza alcuna competenza scientifica, hanno affrontato la prima parte dell’epidemia, quella nella quale i comportamenti più rigorosi sono riusciti a contrastare la contagiosità del virus. Non serviva molto: bastava qualche reminiscenza di analisi da liceo per comprendere i grafici della Protezione Civile e agire responsabilmente di conseguenza. Spesso le stesse che hanno gridato alla dittatura per l’utilizzo di atti normativi di rango più basso rispetto alla decretazione d’urgenza prevista in Costituzione.
  3. L’impreparazione e il gap tecnologico e culturale del sistema di istruzione italiano: tre mesi di scuola (che non riaprirà) sono stati per almeno un 70% sprecati cercando di fronteggiare qualcosa alla quale si poteva rispondere soltanto con un’adeguata preparazione tecnologica del nostro corpo docente e – soprattutto – con una scuola in generale più reattiva. Ciò non è avvenuto e il prezzo lo pagheranno i nostri figli. Ho letto polemiche sterile sulla mancata riapertura: anche qui, come sopra. Ripassate il significato di derivata seconda in una funzione di primo grado e capirete!
  4. La litigiosità di alcuni politici in evidente calo di popolarità e consenso che hanno sfruttato gli inevitabili errori da parte del governo per cavalcare qualunque deprimente polemica. C’era chi invitava a riaprire prima di Pasqua perché “non si poteva morire di fame”, chi voleva condoni tombali, chi ha usato l’ennesima trita retorica nazionale per additare un nemico un po’ più tangibile di un virus microscopico.
  5. La disinvoltura dei media cosiddetti mainstream e della loro capacità di invertire a U le posizioni che per giorni avevano difeso a spada tratta. Su tutti Repubblica: con il nuovo assetto proprietario e la nuova direzione a Maurizio Molinari, arrivato a Largo Fochetti con una delle più diseducative e spregiudicate nomine che un’impresa ricordi (sostituendo Verdelli minacciato di morte dai fascisti proprio per il 25 aprile), il giornale fondato da Scalfari ha radicalmente cambiato veste e adesso vede ispirare un nuovo assetto politico governativo dove ci sia pappa per tutti. Basta soltanto il commento dell’economista Di Nicola ieri sulle scuole paritarie per capire come l’asse di Repubblica (oltre all’addio di Gad Lerner) si sia ormai spostato altrove.

Fra le note positive della quarantena posso invece annoverare:

  1. Il tempo con la mia famiglia: pur pieno di scazzi e qualche litigio, abbiamo imparato a gestire i nostri spazi e i nostri lavori e studi senza intralciarci gli uni con gli altri. Certo, quando si vive in un ambiente confortevole, smart working e didattica a distanza sono facilitati e ci sentiamo fortunati ad aver potuto continuare a lavorare e a studiare, consapevoli che ci sono state situazioni scolastiche e lavorative dove le diseguaglianze si sono purtroppo acuite.
  2. La riscoperta del mercato di fronte casa mia e dei piccoli esercenti locali troppo spesso da me sacrificati in nome della scomodità dell’orario feriale: mi riprometto che – per quanto potrò – il sabato mattina tornerò a fare un po’ di spesa da loro per contribuire alle economie territoriali, visto che la Grande Distribuzione Organizzata ha senz’altro potuto affrontare meglio la pandemia.
  3. La crescita di mia figlia: chiuso in casa con lei dal 5 marzo, sto potendo vivere il suo delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Spesso usiamo l’espressione “spugna” per contraddistinguere la capacità dei nostri bambini di assorbire tutte le stimolazioni che giungono loro dal mondo che li circonda. Mai più azzeccato! Sarebbe interessante conoscere quando noi adulti cominciamo ad essere repellenti e a derubricare ogni sollecitazione a una colossale rottura di cabbasisi (rendiamo omaggio al Maestro Camilleri visto che siamo in attesa dell’ultimo suo romanzo).
  4. La mia totale idiosincrasia per la cucina e tutto ciò che comporta la preparazione delle pietanze: siamo stati letteralmente bombardati da immagini di cibo, inondati da uno tsunami di foodstoryteller (perdonatemi il neologismo), invasi da uno stuolo di vecchi e improvvisati chef che hanno decantato quanto sia magnifico preparare piatti di nouvelle cuisine fra le mura domestiche. Personalmente continuo a ritenere la preparazione di cibo elaborato una delle attività più ansiogene che io possa mai affrontare, anche quando si tratta di una banale parmigiana di zucchine che grazie a una cara amica ho imparato e che adesso mia moglie mi impone una volta a settimana! Fa tanto piacere ovviamente sentire le proprie “ragazze” felici di gustare i piatti preparati da papà ma per quanto mi riguarda continuo a ritenere la preparazione del cibo funzionale al restare in vita! Per il resto continuo a ritenerlo soltanto una sottrazione di tempo prezioso alla lettura, alla scrittura e allo sport!
  5. Il silenzio: vivo al terzo piano di un palazzo che ha una sala scommesse al piano terra. Non c’è giorno che passi che non ci sia un gruppetto di persone dedite al gioco più o meno d’azzardo, incollati davanti a una partita o una corsa di cavalli. Urla e bestemmie accompagnano ogni pomeriggio, sabato e domenica inclusi. Anzi direi soprattutto nel weekend quando normalmente ci sono tre o quattro campionati europei a disposizione, la nostra serie B e un quantitativo enorme di eventi sportivi sui quali scommettere. Aver vissuto per alcune domeniche un silenzio surreale, interrotto soltanto da qualche piacevole schitarrata dai balconi di qualche palazzo vicino, è qualcosa che veramente ho apprezzato. Forse sarà la mia orsaggine che peggiora sempre di più invecchiando, quando si ricerca maggiormente concentrazione e solitudine per i propri pensieri: tuttavia continuo a preferire bambini che corrono in bicicletta a bestemmiatori in cerca di fortuna davanti a un display.

I più attenti lettori avranno notato che le cinque cose negative attengono alla sfera sociale mentre quelle positive a quella strettamente personale: non è un caso. È che alla retorica di “saremo tutti migliori” io non ho mai creduto. Anzi. Io credo che di fronte a un cataclisma sociale come quello che stiamo vivendo il darwinismo sociale sia ancora più spiccato e saranno maggiormente gli egoismi a prevalere piuttosto che gli slanci di altruismo. Quando la coperta si fa corta, quando la torta da dividere comincia ad avere come conseguenza tranci troppo sottili da gustare, è forse inevitabile che in una società come la nostra, e non intendo soltanto italiana bensì occidentale e sostanzialmente ricca, si desti una corsa alla sopraffazione, all’accaparramento di tutto ciò che si possa raccattare. D’altra parte siamo partiti dalla caccia al cinese per le strade delle nostre città all’assalto dei treni per il sud, in una specie di fuga per la sopravvivenza, anche a scapito dei familiari da esporre a rischi di contagio eccessivi. Non ho mai ritenuto sufficienti i flash mob virtuali dai balconi, i condomini riuniti sui tetti a cantare l’Inno di Mameli, le bellissime e solitarie esibizioni di Sally dai tetti di Piazza Navona.

Per concepire una coscienza sociale e comunitaria non basta fare la sommatoria delle individualità: c’è qualcosa di più che comunque nelle società borghesi e capitaliste manca quasi del tutto. Serve l’integrazione fra le varie individualità, il sentirsi comunque parte di qualcosa più grande di noi: se è vero che all’inizio della quarantena un po’ di risposta civica si è avvertita rimane però un po’ di perplessità sul fatto che molto sia stato dovuto al “ricatto” sanzionatorio dello Stato piuttosto che dal buon senso che dovrebbe albergare in ciascuno di noi. Appena la tensione si è un po’ allentata abbiamo tutti osservato comportamenti più o meno irresponsabili, come se non riguardasse il comportamento di ciascuno di noi per realizzare una consistente riduzione del contagio. E taccio, per carità di patria, lo schifo che abbiamo tutti letto su Silvia Aisha Romano.

Questo che state leggendo credo sia l’ultimo post della quarantena prima del mio ritorno a una vita un po’ più pigra: teniamo tutti le dita incrociate perché non ci sia una nuova ondata dell’epidemia perché ciò potrebbe significare affossare completamente la nostra economia. Rimarranno indelebili nella mia mente tre immagini di questi mesi: la prima, quella dell’infermiera caduta addormentata davanti al PC in un ospedale del nord. Il sacrificio del nostro personale sanitario dovrebbe far desistere chiunque dalle polemiche sulle tasse in Italia e far sì che veramente le paghino tutti. Non soltanto per pagarne poi di meno tutti ma per far sì che il servizio sanitario del nostro paese sia potenziato (e possibilmente affrancato dalla regioni!). La seconda immagine è in realtà doppia e riguarda il Papa: pellegrino solitario a Via del Corso e in piedi di fronte al mondo intero alla TV con una Piazza San Pietro vuota e illuminata di un blu notte da brividi. La terza immagine infine riguarda il nostro Capo dello Stato, con la mascherina sull’Altare della Patria che non ha dimenticato che siamo un paese antifascista e ha voluto deporre in forma privata una corona d’alloro al Milite Ignoto.

Siamo usciti dalla quarantena rimanendo una democrazia: forse questa è l’unica cosa positiva “sociale” che avrei dovuto aggiungere alle cinque personali già citate e che abbiamo ritrovato alla fine di questo lungo percorso. Non era così scontato.

 

p.s. questo post è il primo che una persona a me cara non leggerà. Talvolta mi chiamava di mattina per confrontarsi sull’attualità e per chiedermi di affrontare su queste pagine qualche argomento. Mi mancherà la passione che manifestava e lo stimolo che riusciva a suscitarmi durante le nostre discussioni, anche accese, su politica ed economia, lavoro e società. Buon Viaggio.

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