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AMICI DI PESCA

Saro lo aspettava dall’alba.

Si era alzato presto, come ogni mattina, per poter essere il primo sulla spiaggia quando la barca del suo amico Turi, lu piscaturi, si sarebbe affacciata sulla spiaggia, di ritorno dalla consueta battuta di pesca. Si conoscevano e si stimavano da anni, da quando Saro aveva cominciato a frequentare il mare di Portofresco e ogni estate si concedeva due mesi di vacanza, da buon pensionato, lontano dalle folle agostane che prendevano d’assalto le spiagge dorate del siracusano.

Lu catanisi, come nella comunità di pescatori chiamavano Saro, ogni mattina si recava in spiaggia per prendere il numeretto che gli garantiva la prima scelta nel pescato della notte. Quasi sempre riusciva a ottenere il primo numero, complice anche un’insonnia senile che ormai gli regalava poche ore di riposo ma in compenso il miglior mare mattutino.

Turi rientrava con i suoi colleghi, alzava la barca sulla battigia e scaricava le casse di pesce. Spigole, orate, cipolle, merluzzi, seppie e polpi. Pesce appena pescato che andava a finire giornalmente sulle tavole dei pochi villeggianti di prima estate.

Lu catanisi prendeva per sé o per i suoi ospiti, che spesso affollavano la sua tavola, un bel polpo da condire all’insalata, due o tre belle seppie, cariche di nero per preparare deliziosi spaghetti e qualunque altro pesce potesse servire per preparare un fresco e leggero secondo.

Una calda mattina di luglio però l’amicizia rischiò di incrinarsi: Saro, complice la terribile calura notturna, si era alzato ben prima che il sole sorgesse dalle acque dello Ionio e gustato velocemente un caffè era sceso in spiaggia. Arrivato al tavolo dei pescatori aveva trovato una brutta sorpresa, un numero stranamente alto per quell’orario, frutto probabilmente di qualche favore che Turi aveva fatto a qualche autorità del luogo, forse desideroso di non sfigurare con qualche amico di alto rango che si sarebbe dovuto recare a trascorrere qualche giorno di ferie.

Il pensiero corse subito all’avvocato Calabretta, autorità del luogo, sindaco per molti anni e vero dominus della locale comunità. Era infatti noto che il contestato e combattuto politico isolano, spesso in odor di mafia ma mai incastrato, avrebbe ospitato nella sua magione, a due passi dalla spiaggia bianca di Fontane Dorate, i vertici romani del suo partito, calati alla volta della Sicilia per delineare le nuove strategie elettorali, dopo una serie di batoste raccolte negli ultimi appuntamenti alle urne.

L’avvocato si era sicuramente rivolto a Turi, riconosciuto unanimemente come il miglior pescatore della zona, per poter ricevere il fatidico numero “uno” che gli avrebbe consentito di scegliere ogni ben di Dio fosse stato sbarcato dalla carretta del mare di Turiddu.

Quando alle prime ore del mattino i pescatori tornarono, Saro rimase in silenzio e in disparte.

L’emissario dell’avvocato razziò il pescato della notte, lasciando sempre ottimo pesce a chi avesse voluto comprarlo dopo di lui, ma comunque sempre di seconda scelta.

«Unni jè lu catanisi», disse Turi cercando l’amico etneo che ogni mattina non perdeva occasione di acquistare le sue seppioline per farne un delizioso piatto. «Non pigghiu nenti», rispose Saro, deluso dall’amico, che aveva ceduto alle lusinghe del padrone del villaggio, rattristato per la presenza della piaga della raccomandazione persino nel mercato del pesce fresco e consapevole del ben di Dio che stava comunque rifiutando per questioni di principio.

Gli girò le spalle e se ne tornò a casa.

Turi capì che l’amico c’era rimasto male ma anche lui – per la sopravvivenza della propria attività – aveva dovuto cedere al “primato della politica“, per timore che un’offesa all’avvocato Calabretta, padrone indiscusso di Portofresco, avrebbe potuto avere drastiche conseguenze sulla sua già scarsa attività economica.
Passarono i giorni e Saro la mattina non si faceva più vivo. Turi lo cercava, ma lu Catanisi non si faceva più vedere sulla spiaggia.

Dopo una settimana, quando ormai la buriana del vertice politico era passata e quella vecchia riunione di post-neo-democristiani era ormai un brutto ricordo e un triste déjà vu della vecchia politica isolana, Turi si recò di pomeriggio in spiaggia per preparare le reti. Vide Saro da lontano sul terrazzino della sua casa intento a leggere il giornale e a sorseggiare un ghiacciato latte di mandorla. Terminato di tessere le reti, preparate le “nasse” per la pesca della notte e lavata la barca, preparò i numeri da lasciare sul loro tavolino per i clienti del giorno dopo.

Poi coperta la barca, si bagnò al calar del sole nel blu del mare: si asciugò, si godette gli ultimi raggi di sole e si rivestì per tornare a casa e farsi un sonnellino prima della battuta notturna.

Prima, però, passò da Saro: chiese permesso e gli spiegò di essere dispiaciuto di non aver potuto fare altrimenti la settimana prima.

«Lei lu sapi comu vanu sti cosi!», esortò l’amico, confidando nel buon senso di chi – siciliano come lui – aveva sicuramente avuto a che fare con il predominio dei politicanti locali su qualunque attività economica dell’isola.

Poi estrasse dalla tasca del suo borsello un blocchetto con dieci cartoncini, tutti identici. Erano dieci numero “uno“, la priorità per i dieci giorni di vacanza che rimanevano a Saro prima del rientro nella sua Catania.

Non gli importava di certo perdere clienti affezionati: ciò che gli premeva era che quell’amicizia, nata e coltivata dall’odore e dal sapore del mare, non venisse smarrita e bruciata da un episodio.

L’avvocato padrone avrà avuto la sua tavola apparecchiata, la sua insalata di polpo e le sue seppioline. Ma non avrebbe mai avuto da Turi il rispetto e l’amicizia che provava per il Catanese.

Così la mattina dopo Saro era di nuovo in spiaggia tra i suoi amici pescatori, le casse del pesce fresco e l’inconfondibile odore del loro amato mare.

(n.b. una versione ridotta di questo racconto è stato inviata nel mese di agosto 2013 al quotidiano “la Stampa” per la rubrica “Cuori allo Specchio”. Non so se verrà mai pubblicata sul quotidiano catanese, così la trovate qui, in versione originale. Vi confido che i nomi sono ovviamente inventati, così come le località. Ma la storia – ovviamente romanzata – è tratta da un episodio realmente accaduto l’estate scorsa)

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